Economia

Economia: aggregazioni pericolose

Quella Fca-Renault poteva essere l'ultima di una serie di fusioni spesso benedette e raccontate in maniera trionfale che si sono rivelate poi dei fallimenti

Auchan-supermercato

Francesco Bonazzi

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La parola d’ordine è «integrazione». Ma di solito, politica e affari non la declamano contemporaneamente. Invece, domenica 25 maggio, mentre l’establishment europeo chiedeva a poco più di 400 milioni di elettori di rinnovare l’Europarlamento evitando «sovranisti» e liste di estrema destra, Fca e Renault annunciavano una fusione alla pari da 170 miliardi di fatturato, oltre 8,7 milioni di vetture vendute e 383 mila dipendenti. John Elkann, presidente della casa italoamericana, assicurava: «Questo accordo sarà un accordo benefico» e «non comporterà la chiusura di alcuno stabilimento». Ma gli stabilimenti, oltre a restare aperti, devono avere anche qualche modello da produrre.

Il fatto è che nelle banche, nelle assicurazioni, nelle telecomunicazioni, nella logistica e nella grande distribuzione, persino tra le coop rosse, le aggregazioni degli ultimi anni hanno nascosto quasi sempre ristrutturazioni più o meno violente.

Eppure, «gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro traggono beneficio da un’Europa unita», ammoniva la crema degli industriali europei il 31 maggio 2016, in un appello contro la Brexit. Tra i 51 firmatari, per l’Italia, John Elkann e Rodolfo De Benedetti.

Più recentemente, lo stesso figlio dell’Ingegnere, presentando la fusione Cir-Cofide, ha quasi battuto i pugni sul tavolo: «L’Europa a cui siamo vincolati dai trattati deve essere l’unico riferimento possibile. Le soluzioni ai problemi sono complesse e non possono essere affrontate da chi ci governa in 140 caratteri di un tweet» (intervista al Sole 24 Ore, 27 aprile 2019).

Ma «140 caratteri di tweet» o poco più, talvolta, sono anche gli annunci delle grandi concentrazioni, spesso in assenza di un piano industriale. Un valido esempio è la cessione della rete Total-Erg ad Api, nel novembre del 2017. In un’operazione da 450 milioni di euro, i Garrone hanno incassato 273 milioni. Ma soprattutto sono usciti dal petrolio e si sono concentrati sulle rinnovabili. Nei mesi precedenti, avevano preparato l’affare cedendo rami d’azienda: nel 2015 i dipendenti erano 2.500, ma al momento della vendita ad Api erano meno della metà.

La passione per l’«integrazione», spesso propagandata anche come «semplificazione» societaria, ha colpito anche il mondo delle Coop. Nell’autunno di quattro anni fa, nasce Coop Alleanza 3.0. Le cooperative «rosse» di consumo, partendo da Coop Consumatori Nordest, Coop Adriatica e Coop Estense, mettono insieme, trionfalmente, ben 2,7 milioni di soci, 22 mila dipendenti e un fatturato di quasi 5 miliardi di euro. Gran festa, ma a gennaio di quest’anno, Coop Alleanza annuncia un progetto poco «3.0»: fuori 752 colletti bianchi, anche se la promessa è di non mettere sulla strada nessuno. Indicativa del clima è la posizione della Filcams Cgil di Modena, che in Coop Alleanza controlla 60 Rsu e 1.200 iscritti: «Dopo la fusione abbiamo assistito a un netto peggioramento delle relazioni sindacali, in particolare con il quasi assoluto superamento delle relazioni a livello di punto vendita».

Per restare in area più o meno cooperativa, quando Unipol si fonde con Fonsai, nel gennaio 2013, nella proposta dell’azienda spuntano subito 2.240 esuberi. Insomma, un dipendente su quattro viene dichiarato di troppo. Così non stupisce che quando anche Banca Unipol deve essere «maritata» con qualcuno più solido, lo scorso inverno, si faccia avanti la ricca Bper. L’8 febbraio la Popolare modenese stacca un assegno da 220 milioni, annuncia l’operazione e guadagna il 10 per cento in Borsa. L’ad Alessandro Vandelli spiega che Unipol Banca è una realtà che è passata attraverso una «importante ristrutturazione» e che «oggi si presenta con i conti in ordine e una buona asset quality». Il 28 febbraio, nel piano industriale Bper 2019-2021, spuntano 1.300 esuberi e la chiusura di 230 sportelli. Tutto perché nel mondo bancario non sta bene dire che Bce e Bankitalia ti hanno chiesto di prevenire un bubbone.

Il gioco legale non è vigilato dallo Stato come banche e assicurazioni, ma opera in concessione. E anche qui, ci sono state fusioni e acquisizioni. Nel 2015, Snai e Cogetech si uniscono e l’anno dopo cambiano nome in Snaitech, con un fatturato di quasi 900 milioni e 750 dipendenti. Tempo due anni e arrivano gli anglo-israeliani di Playtech e rilevano tutto il gruppo, che nel frattempo è sceso a circa 650 dipendenti. E qui, esuberi a parte, il piano è quello di riorganizzare la controllata italiana senza troppe pastoie, così si tenta di passare in modo unilaterale dal contratto dei metalmeccanici a quello del commercio, in modo da estromettere la Fiom, ovvero il sindacato più forte e rappresentativo. La federazione della Cgil denuncia l’azienda per comportamento antisindacale, vince e l’anno scorso ottiene dal tribunale anche il ritorno al contratto dei metalmeccanici.

Nel frattempo, la settantina di esuberi annunciati un anno prima rientra. A Marco Braccini, responsabile aziendale della Fiom, resta una sola amarezza: «In tutti questi mesi di scontro durissimo, al Mise nessuno ci ha mai concesso un incontro… e dire che i Cinque stelle sul gioco sembravano assai motivati, a inizio governo». Il riferimento è al famoso divieto di pubblicità inserito nel decreto Dignità.

Molto istruttiva anche la vicenda della divisione elettrica di Abb, il colosso svizzero che a dicembre ha venduto Power Grids ai giapponesi di Hitachi: un affare da 11 miliardi di euro, che coinvolge 36 mila dipendenti in oltre 70 nazioni. In Italia, Abb tratta con i sindacati sulla base di 673 esuberi iniziali, ma il piano di riorganizzazione coinvolge 1.300 dipendenti e la nascita di una «newco» con un destino tutto da verificare. Del resto, appena due anni prima, Abb aveva firmato un accordo per gestire 351 lavoratori in eccesso. La situazione più complicata oggi riguarda lo stabilimento di Vittuone, in provincia di Milano, dove sono previsti 108 posti da tagliare. Qui risulta come tecnico in «aspettativa» anche il deputato grillino Paolo Niccolò Romano, ma non s’è fatto sentire. In compenso, mercoledì 29 maggio, sulla sua pagina Facebook festeggiava l’arrivo della fibra ottica ad Asti.

E a proposito di internet veloce, questo 2019 dovrebbe essere l’anno buono per lo scorporo della rete Telecom e l’unificazione con quella di Open Fiber (controllata al 50 per cento da Enel e Cdp). Oltre a decidere come dividere correttamente i 25 miliardi di debito Telecom, c’è da capire come verranno ripartiti i lavoratori. Il conto degli esuberi che si rischiano con la fusione delle reti l’hanno già fatto i tre sindacati confederali a Di Maio: non meno di 15-20 mila. Del resto, «concentrazioni» e «razionalizzazioni» sono in corso da qualche anno in tutto il settore telefonico. A marzo Vodafone ha dichiarato 1.130 esuberi e Tim si libererà di 4.300 lavoratori nel prossimo biennio, grazie alle modifiche alla legge Fornero. Negli stessi giorni, anche la nuova «Tre Wind» ha svelato i suoi piani, con 7 mila dipendenti che vedranno cambiare solo il nome della società e 150 che dovranno spostarsi a Milano da Roma e Napoli. Fusione senza esuberi, dunque, ma solo se si fa finta di dimenticare le centinaia di posti di lavoro saltati nella compagnia Tre, negli anni precedenti. O i 350 lavoratori della Ericsson che a marzo 2017 hanno perso il posto perché era saltato il contratto di manutenzione con il nuovo gruppo telefonico.

Sono invece le magnifiche sorti dell’ecommerce e del cliente Amazon in Europa a spingere gli americani di FedEx a comprarsi l’olandese Tnt nella primavera del 2015, per 4,4 miliardi di euro. Plauso e tripudio sulla stampa finanziaria e di settore, ma il conto in Italia arriva tre anni dopo con le richieste di FedEx: 361 licenziamenti e 115 trasferimenti. Trattativa durissima con i sindacati, scioperi, mediazione del governo gialloverde e il 6 luglio scorso arriva la pace: nessuno verrà fatto fuori, ma ci saranno discreti incentivi alle dimissioni individuali.

Chi non ha aspettato le elezioni del 24 maggio è stata la Conad, che ha rilevato i supermercati italiani di Auchan dieci giorni prima, per una cifra che sfiora il miliardo di euro. La ritirata dall’Italia di un colosso come Auchan non ringalluzzisce nessuno, un piano industriale preciso ancora non c’è, la politica tace per non disturbare il manovratore, mentre i sindacati hanno detto in coro: «Siamo preoccupati per il destino di 18 mila famiglie». Il grande interesse per l’operazione, il giorno dell’annuncio, era per il fatto che «Conad lancia la sfida alle Coop». Forse è meglio non sapere su che cosa. 

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