petrolio
Economia

Ecco chi guadagna dalla riduzione del prezzo del petrolio

Europa, Cina e Stati Uniti i più avvantaggiati, male per i produttori mediorientali

In appena cinque mesi, il petrolio Brent ha perso il 25 per cento del suo valore: a metà giugno era fermo a 115 dollari al barile, oggi è sceso ad 87. Secondo gli analisti non si tratta di una variazione fisiologica del costo del costo del greggio dovuta a fattori contingenti, ma di una alterazione strutturale degli equilibri che, per anni, hanno regolato questo mercato. 

Il Brent è il petrolio del Mare del Nord, il cui valore funge da parametro di riferimento per prezzare il greggio estratto in Europa, Africa, Asia e Russia

Se le regole del mercato di quella che è ancora oggi la risorsa più importante del pianeta stanno cambiando, prima di provare a immaginare chi verrà penalizzato e chi no da questo cambiamento, è importante individuare i fattori che lo hanno innescato. 

Abbiamo già scritto che la guerra dei prezzi del petrolio dipende da un lato dal fatto che gli Stati Uniti, grazie allo shale oil, abbiano prima ridotto drasticamente la loro dipendenza dalle importazioni di risorse energetiche, e successivamente iniziato a esportarle, con stime di capacità costantemente riviste al ribasso a fronte di una iniziale sottovalutazione delle potenzialità estrattive e di raffinazione della nazione.

La maggiore disponibilità di petrolio sul mercato ha portato all'inevitabile contrazione delle vendite degli esportatori più tradizionali di greggio, come l'Arabia Saudita, che pur di mantenere le proprie quote di mercato ha deciso aumentare la competitività delle sue risorse vendendole sottocosto. Tuttavia, se per Riad i ribassi sono sostenibili, per altri produttori, come Iran, Iraq o Russia, gestire queste oscillazioni è molto faticoso, oltre che insostenibile già in un'ottica di medio periodo. 

Altri due fattori influenzano negativamente gli equilibri del mercato del petrolio: il rallentamento dei ritmi di crescita della Repubblica popolare cinese, da sempre grande importatore di risorse, e il prolungamento della stagnazione europea

 

Vista l'importanza strategica di una risorsa come il petrolio, cambiamenti strutturali sul mercato che ne regola le transazioni avranno un impatto fortissimo sui paesi che interagiscono sullo stesso. Alcuni ne saranno avvantaggiati, altri no. 

I motivi sono evidenti: è dal 2011 che tutti quei paesi che dipendono dalle importazioni di greggio, Italia inclusa, cercando di barcamenarsi tra gli strascichi più o meno profondi di una crisi economica che faticano a lasciarsi alle spalle e prezzi al barile al di sopra dei cento dollari che rendono la loro battaglia economica ancora più ardua. La riduzione dei costi, se confermata, come le ultime stime sulla potenzialità della produzione americana lasciano intuire, permetterà a tutte queste nazioni in difficoltà di importare risorse a prezzi più vantaggiosi. Mettendole quindi nella condizione di ripartire. Lo stesso vale per i grandi importatori di risorse energetiche, quindi in primis per la Cina, che potrà assicurarsi le forniture di cui ha bisogno, e che avrebbe acquistato comunque, a prezzi decisamente più convenienti. 

Allo stesso tempo, però, i principali produttori di petrolio dovranno inevitabilmente adeguarsi ai nuovi prezzi. E molti di loro non sono così propensi a seguire l'esempio dell'Arabia Saudita, vale a dire a ridurre i prezzi per evitare di veder conquistare le rispettive quote di mercato dalla concorrenza

Il problema è che se in passato i paesi che esportano petrolio hanno potuto giocare la carta della riduzione temporanea della produzione per mantenere i prezzi al livello desiderato, oggi ci sono almeno due fattori che non permettono di procedere in questo modo. L'affermazione degli Stati Uniti come paese esportatore, che si è per questo trasformato nel primo grande vincitore di questo riassestamento degli equlibri energetici mondiali, e le difficoltà economiche di nazioni come Libia, Algeria e Venezuela, solo per fare alcuni esempi, che hanno bisogno di continuare a produrre per sostenere le rispettive economie. Peccato che, per riuscirci, avrebbero bisogno di mantenere i prezzi al livello attuale, e non è ancora chiaro come intendano rispondere all'impossibilità di procedere in questo modo. 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Gas e petrolio: l’Artico nel mirino di Putin

Entro la fine del 2014 l’esercitò di Mosca avrà il controllo delle coste dove si concentra il 30 per cento delle riserve energetiche mondiali. Intanto nel Mar Baltico è caccia al sottomarino russo

Commenti