Dopo Renzi: largo a un governo che dia ossigeno all'economia

Renzi ha tradito la promessa di abbattere le tasse e le spese, ma la sua affannosa ricerca del consenso ha di fatto regalato un po' di ossigeno alle famiglie italiane. Ora ci sono le condizioni per un esecutivo che faccia ciò che lui aveva detto

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi - Roma, 15 ottobre 2016 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Luca Ricolfi

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Non è bello infierire sugli sconfitti, quindi non vorrei proprio unirmi al coro dei detrattori di Matteo Renzi, cui nel giro di poco tempo (è facile prevederlo) si aggiungeranno un po' di compagni del suo partito, sempre pronti a cogliere l'aria che tira. Dato che di quel che non andava nella politica economica di questo governo ho parlato più volte vorrei cominciare ricordando quel che è andato per il verso giusto, almeno apparentemente.

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Non mi è mai piaciuto Renzi tutte le volte che ha spudoratamente giocato con le cifre dell'economia, raccontandoci una balla (o una mezza verità) dietro l'altra, ma ancora meno mi piacciono i suoi critici quando dipingono un'Italia in ginocchio dopo i mille giorni del suo governo, stremata dalle sue politiche catastrofiche e antipopolari. Ho sentito esponenti, anche autorevoli, del fronte del No dire che sotto Renzi la disoccupazione è aumentata, o il reddito è diminuito, ma bisogna dirlo chiaro e tondo: queste cose non sono vere. Anzi.

La caratteristica distintiva della breve stagione renziana è stata proprio il lento ma costante recupero di un tenore di vita accettabile per milioni di famiglie. È curioso che, con tutte le statistiche "tarocche" che ci ha sottoposto, con tutti i salti mortali che ha fatto per dimostrare che il Jobs act funzionava, che le tasse erano diminuite, che la spending review aveva potato la spesa pubblica, non abbia mai sottoposto all'attenzione dell'opinione pubblica i due dati positivi fondamentali e inoppugnabili del triennio renziano: fra l'inverno del 2014, quando ha conquistato il comando dell'Italia, e l'autunno di quest'anno, in cui lo sta lasciando, il potere di acquisto delle famiglie è aumentato del 4,1 per cento e il numero di famiglie in difficoltà (che alla fine del mese devono attingere alle riserve o fare debiti), si è quasi dimezzato.

Le previsioni di autunno sulla crescita del Pil alla fine del 2016. Irlanda +4,1% Spagna +3,2% Germania +1,9% Regno Unito +1,9% Paesi Bassi +1,7% Francia +1,3% Belgio +1,2% Italia +0,7% Fonte: Commissione Ue

Avevano toccato il massimo storico del 33-34 per cento sotto i governi Monti e Letta, sono scese abbondantemente sotto il 20 oggi. Circa 3 milioni di famiglie hanno raddrizzato i loro bilanci, un fatto che Panorama non ha mancato di segnalare nella sua ricostruzione dei primi mille giorni.

Questo a Renzi e al suo governo va riconosciuto. Il problema comincia quando, dal bilancio aggregato, si passa a vedere il modo in cui Renzi ha fornito alle famiglie quel minimo di ossigeno di cui avevano assolutamente bisogno.

Ebbene questo risultato è stato ottenuto con una miriade di provvedimenti di spesa che hanno distribuito innumerevoli bonus, sussidi e mance ma al prezzo di aggravare i nostri conti pubblici e lasciar marcire il problema della banche, in attesa che la mitica ripresa facesse ripartire miracolosamente il Pil e la vittoria del Sì convincesse risparmiatori e investitori a ricapitalizzare le nostre banche.

Il risultato è che, dopo tre anni di proclami su decine e decine di miliardi di tasse tagliate e di sprechi eliminati, se andiamo a vedere le entrate e le uscite dei conti pubblici non possiamo non constatare che la nostra Pubblica amministrazione preleva dalle nostre tasche più soldi di prima e più di prima ne spende, in barba a ogni promessa di riduzione della spesa pubblica corrente. Detto in termini sintetici, l'amara conclusione è che, nel triennio renziano, ovvero dal febbraio 2014 a oggi, il peso dell'interposizione pubblica (somma di entrate e uscite) sul Pil è rimasto sostanzialmente invariato, mentre il suo ammontare assoluto è addirittura aumentato di una quarantina di miliardi. Perché questo è un problema? Per due ragioni.

La prima è che i 100 miliardi di debito pubblico in più che questo governo ha messo sulle spalle dell'Italia pesano sulla reputazione finanziaria del Paese e renderanno ancora più ristretti i nostri margini di manovra nel futuro.

La seconda ragione è che, piaccia o non piaccia, i dati dicono che ridurre parallelamente tasse e spesa pubblica è stata, in questi anni, la via maestra che ha permesso a una parte dei Paesi europei di tornare a crescere a un ritmo decente.

Se prendiamo gli Stati dell'Unione europea e li dividiamo in due gruppi, quelli che hanno aumentato l'interposizione pubblica e quelli che l'hanno diminuita, e andiamo a confrontare i rispettivi tassi medi di crescita del Pil negli ultimi cinque anni (2010-2015), ebbene il risultato è piuttosto eloquente: i Paesi che, come l'Italia, hanno aumentato tasse e spese sono mediamente cresciuti dello 0,4 per cento, i Paesi che, come Germania, Regno Unito e Irlanda, le hanno diminuite, sono cresciuti a un ritmo medio del 2,5 per cento. E, fra i Paesi che hanno ridotto l'interposizione pubblica, quelli che l'hanno ridotta di più crescono abbondantemente sopra il 3 per cento.

Da questo punto l'eredità del governo Renzi è relativamente chiara: ha tradito la promessa di abbattere le tasse e le spese, ma la sua affannosa ricerca del consenso ha di fatto regalato un po' di ossigeno alle famiglie italiane. Ci sono tutte le condizioni perché un governo senza Renzi faccia finalmente quel che Renzi aveva promesso.

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