Disoccupazione e disuguaglianza sociale, le nuove minacce per l'economia americana

La crisi ha escluso le classi più deboli dal sistema, e solo puntando sull'istruzione gli Stati Uniti possono aiutarle a rimettersi in gioco

– Credits:  Spencer Platt/Getty Images

Claudia Astarita

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"L'economia sta di nuovo crescendo"; "Ce l'abbiamo fatta, il peggio è ormai definitivamente passato"; La crisi finanziaria globale ci ha fatto passare momenti terribili, ma siamo finalmente arrivati alla fine del tunnel". Da qualche tempo sono tanti gli economisti e gli analisti che hanno ricominciato a usare toni particolarmente positivi per descrivere l'andamento dell'economia americana. Di recente ha fatto la stessa cosa anche Janet Yellen, la neo-presidentessa della Federal Reserve, sostenendo che "l'economia sta continuando a crescere dopo il disordine che l'ha travolta nel 2009, facendola precipitare in una drammatica parentesi di recessione".

Eppure, anche se le ultime stime sull'andamento dell'economia a stelle e strisce immaginano che proprio quest'anno il tasso di sviluppo risalirà fino a toccare un ambiziosissimo 3 per cento, e che da oggi al 2060 gli statunitensi potranno dormire sonni tranquilli perché grazie alle riforme implementate negli ultimi anni i mercati si assesteranno, nella peggiore delle ipotesi, su un livello di crescita che oscillerà tra l'1,7 e il 2 per cento, per gli osservatori più attenti il futuro americano continua ad essere costellato da incognite. Tra queste, le più pericolose sono disoccupazione e disuguaglianza sociale.

I dati relativi alla disoccupazione di lungo periodo sono effettivamente preoccupanti. Quelli più aggiornati confermano che il 35 per cento dei non occupati ha mantenuto questa condizione per almeno sei mesi consecutivi. In valori assoluti si tratta di tre milioni e mezzo di persone. L'economia è ripartita, ma per chi ne è rimasto escluso troppo a lungo le opportunità continuano a non esserci.  

Iniziato come "semplice" sproporzione tra i redditi, che mentre permetteva alla classe media di accumulare sempre più denaro cancellava contemporaneamente per i poveri l'opportunità di entrarne a far parte, la disuguaglianza si è trasformata oggi in una vera e propria piaga sociale. E' spaventoso constatare che a New York e nel Connecticut l'un per cento dei ricchissimi guadagni niente meno che 40 volte di più rispetto alla media del resto della popolazione. Non va meglio in Florida, anche se si scende su uno scarto di 32,2 volte, o in Massachusetts (30,2), Nevada (29,5), Wyoming (27,6), California (26.8), Texas (26,3), Illinois (24,5) e New Jersey (23,9). Solo alle Hawaii si può parlare di una reale ridistribuzione del reddito, con una differenza tra ricchissimi e resto della popolazione di "appena" 12 volte. A peggiorare il quadro vi è il fatto che questi dati fanno riferimento al 2011, e da allora la situazione è molto peggiorata. 

Se a lanciare l'allarme sulle nuove minacce per l'economia mondiale è stata proprio Janet Yellen, quest'ultima si è poi chiamata fuori dal dibattito sostenendo che la Federal Reserve non sia nelle condizioni di intervenire. Essenzialmente perché non dispone degli strumenti necessari per farlo. Del resto, dopo una crisi così lunga e profonda, quella che di fatto potremmo considerare un'esclusione delle classi più povere (e quindi più deboli) dal sistema era prevedibile. Ora la sfida è quella di farle rientrare. E secondo la Yellen da questo punto di vista si possono ottenere buoni risultati solo puntando sull'istruzione. A vari livelli: per i bambini, gratuita e di buon livello; per gli adulti, con corsi di riqualificazione, specializzazione e perfezionamento; e per i giovani, garantendo prestiti poco onerosi a tutti coloro che non possono permettersi di pagare le rette universitarie. 

 

 

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