Dieci anni di crisi economica: come siamo e come eravamo

Prima Bearn Stearns. Poi Northern Rock, Fannie Mae e Freddie Mac. E Lehman Brothers. Cosa è rimasto di quello che c'era prima dello tsunami che ci ha travolti nel 2008

Lehman-Brothers

La sede di Lehman Brothers in America ai tempi del crack – Credits: Epa Photo/Ansa

Stefano Cingolani

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Seri scricchiolii si erano già imposti nell’estate del 2007 ma sembrava che gli interventi della Banca centrale europea e poi della Federal Reserve avessero fugato il rischio di una crisi più ampia. Finché non arrivarono le idi di marzo.

Il giorno 13 del mese fatale, un pezzo da novanta come Bear Stearns, rivela di essere sull’orlo del crac. La banca è la più piccola delle big five (con Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch e Lehman Brothers), ma anche la più appesantita dai mutui immobiliari cartolarizzati (due fondi a lei collegati erano già stati salvati dalla bancarotta). Le autorità americane, il Tesoro e la Fed, mettono in campo JP Morgan che compra la Bear Stearns a prezzi stracciati, ma l’effetto domino è solo rinviato.

In Gran Bretagna, nel frattempo, il governo è stato costretto a nazionalizzare la Northern Rock gettando l’allarme sulle grandi banche europee (olandesi, spagnole, tedesche) che hanno speculato anche loro sulla bolla immobiliare, sia pur con strumenti in parte diversi dai subprime americani. Tra aprile e l’estate entrano in crisi Fannie Mae e Freddie Mac le agenzie pubbliche attraverso le quali passa il 50% dei mutui concessi alle famiglie americane, finché a settembre fallisce la Lehman e l’epidemia diventa pandemia.

È la grande crisi dalla quale non ci siamo ancora ripresi, nonostante le borse godano di ottima salute e l’economia mondiale sia tornata a crescere senza interruzioni dal 2012, perché questi dieci anni hanno davvero cambiato il mondo e non è solo facile retorica mediatica. Come siamo ridotti e, per quel che si può capire, come saremo nel prossimo futuro? Le conseguenze della peggiore recessione dagli anni ’30 del Novecento, sono davvero ad ampio raggio. Proviamo a sintetizzare quelle più evidenti.

1 - La crescita: la grande corsa cominciata a metà degli anni ’90 non è stata replicata e non lo sarà più per un lungo periodo. Forse ha torto Lawrence Summers con la sua previsione di una stagnazione secolare, tuttavia gli incrementi reali del prodotto lordo nei paesi avanzati che meglio hanno superato la lunga recessione superano di poco i due punti annui, la Cina è scesa verso il 6% (una quota che si sospetta aggiustata dalle statiche ufficiali), mentre si sono dissolti alcuni “miracolosi boom” dei paesi in via di sviluppo (il Brasile per esempio o il Sud Africa).

Dietro ci sono anche fattori politici domestici, che si interfacciano con quelli economici; è ovvio che una crescita forte lenisce le ferite, mentre la semi-stagnazione le aggrava. In ogni caso, il risultato è che, dice il Fmi, l’economia mondiale va avanti, ma a passo ridotto.

2- È avvenuta una grande selezione tra vincitori e vinti che coinvolge vaste aree economiche se non interi paesi. Nel Vecchio Continente è uscito meglio il Nord Europa: Germania, Olanda, la Scandinavia; in America il Canada, mentre gli Stati Uniti sono lacerati tra vecchia e nuova industria, tra centro e periferia, tra le due coste affluenti e il Midwest in regresso.

L’Australia non è stata quasi toccata dalla crisi grazie al suo rapporto commerciale con la Cina diventata la potenza asiatica prevalente che vuole trasformare la sua forza economica in egemonia politica. L’India è rimasta come sempre in mezzo al guado, la più grande democrazia del mondo, sempre in bilico tra mito e modernità, è appensatita da drammatiche tensioni nazionalistiche e religiose.

3- Questi cambiamenti sono determinati in gran parte dallo spostamento dei flussi di capitale: durante l’epoca d’oro della globalizzazione (quella cominciata nella metà degli anni ’80 con il big bang finanziario) erano affluiti nei paesi in via di sviluppo, ora sono diretti verso le aree avanzate, quelle che garantiscono un solido rifugio al signor Profitto. La finanza è ancor oggi dominante, è lei a guidare la danza, è lei a dettar legge: ha orrore dell’instabilità politica ed economica, anche se, così facendo, rischia di rendere più instabili intere nazioni.

4- L’innovazione tecnologica è stata accelerata dalla crisi come sempre succede, ma è svanito il sogno di una sua distribuzione “equa e solidale”. Si pensi soltanto al mondo digitale e all’illusione che riguarda la rete internet come luogo della massima democrazia possibile. Cosa è rimasto di questa leggenda dopo quel che si è appreso sul comportamento di Facebook? E dove potrà arrivare l’e-commerce che mette in crisi ormai non solo i piccoli negozi al dettaglio, ma le multinazionali della grande distribuzione?

Donald Trump ha cominciato la sua battaglia contro Amazon perché detesta Jeff Bezos che lo impallina ogni giorno con il suo Washington Post, ma lo fa in nome e per conto del vecchio supermercato. Le innovazioni hanno generato effetti sociali dirompenti, aumentando il divario tra chi ha perché sa e chi non ha perché non sa. È qui la causa principale delle moderne diseguaglianze. La nascita di un nuovo pauperismo con il cosiddetto proletariato digitale, dalle potenti ricadute politiche e non solo sociali, è il fenomeno nuovo che i paesi sviluppati si trovano ad affrontare anche se in modo più o meno acuto.

5- La globalizzazione è entrata in crisi, non solo a causa degli effetti più o meno indesiderati, i danni collaterali, come sono stati chiamati, ma anche per il contenuto ideale (la libera circolazione di uomini, idee e merci) che porta con sé. I politologi parlano di crisi dell’ordine liberale, di eclisse dell’anglosfera, il mondo che parla inglese egemone politicamente e culturalmente dalla caduta del muro di Berlino dal 1989 in poi. La Cina che bacchetta gli Usa e il loro modello accusandolo di aver provocato la grande crisi o la Russia che rilancia il nazionalismo contro il cosmopolitismo dell’Occidente, Xi Jinping che si presenta come alfiere del libero scambio o Vladimir Putin che innalza la bandiera dei valori cristiani, vent’anni fa sarebbero apparsi dei paradossi, oggi invece hanno potere d’attrazione sulle masse deluse dalle magnifiche sorti e progressive.

6- Dalla esportazione della democrazia all’emergere del capitalismo autoritario e del populismo nei paesi occidentali, sembra passato un secolo. La crisi economica non è l’unica spiegazione, ma ha fatto da formidabile acceleratore. Il mondo che sta emergendo è certamente tripolare: Stati Uniti, Cina e Russia competono tra loro in un gioco variabile di conflitti e alleanze che ci riporta indietro ai secoli degli imperi. Ciò rende molto più complicata anche la risposta alla minaccia del terrorismo islamico che non è affatto cessata: viene a mancare, infatti, una base comune fatta di valori oltre che di interessi strategici.

7- Stiamo dipingendo un quadro a tinte fosche; in realtà, come sempre è avvenuto nella storia, la crisi ha sprigionato nuove forze produttive che hanno un potenziale dal doppio segno: è vero che distruggono il vecchio, tuttavia costruiscono il nuovo, solo che ancora non le abbiamo ben capite, soprattutto non sappiamo come gestirle, come trasformarle in forze progressive, così siamo rimasti in questo terreno di mezzo, paludoso e indistinto. Il compito per chi non ha rinunciato all’esercizio della ragion pratica si presenta davvero arduo.

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