Detroit è fallita, e in Italia?

Da Reggio Calabria a Napoli, ecco i Comuni sull’orlo del dissesto finanziario

Palazzo S.Giorgio, sede dell'amministrazione comunale di Reggio Calabria – Credits: Imagoeconomica

Giuseppe Cordasco

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La parola fallimento, soprattutto se applicata a enti ed istituzioni locali, ha certamente un sapore sinistro. E allora chiariamo subito che in Italia, Comuni e Regioni, tecnicamente non possono fallire. Mentre negli Stati Uniti la città di Detroit dovrà subire una procedura in tutto simile a quella di una qualsiasi azienda privata in bancarotta, con annesse svendite di asset e licenziamenti di personale, da noi la legge prevede infatti altre regole, che comunque dovrebbero incutere timore a qualsiasi sindaco munito di un minimo di senso di responsabilità. “In Italia, i decreti sul federalismo hanno introdotto una procedura che va sotto il nome di dissesto guidato” ci spiega il professor Luca Antonini, giurista dell’Università di Padova, chiamato a presiedere la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, la cosiddetta Copaff.

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Si tratta in parole povere dell’organismo istituzionale che tra mille ostacoli e difficoltà, sta cercando di redigere le norme che dovrebbero rendere effettivo il federalismo fiscale nel nostro Paese. “Quando la Corte dei Conti verifica che un Comune si trova sull’orlo del fallimento – dice Antonini -, fornisce un input al Prefetto locale, il quale scioglie la giunta, esautora il sindaco e mette l’amministrazione nelle mani di un commissario esterno che avrà il compito di rimettere a posto i conti”. E’ quello che ad esempio è successo qualche tempo fa a Taranto, una città che oggi presenta infatti di nuovo un attivo di bilancio. Non sempre però le cose vanno in questo modo, anzi.

“A Catania ad esempio – fa notare Antonini – si è scelta la strada di un ripianamento dei debiti del Comune, e oggi l’amministrazione locale si ritrova con un nuovo buco da circa un miliardo di euro”. La strategia che prevede il soccorso finanziario ai Comuni, e che evita dunque il dissesto guidato, è stata addirittura istituzionalizzata. “Mettendo in atto una procedura a cui ero fermamente contrario – attacca Antonini – il governo Monti, in una delle sue ultime decisioni, ha dato il via libera al cosiddetto piano di riequilibrio pluriennale per le amministrazioni locali”. In pratica a Comuni che erano ormai sull’orlo del baratro finanziario, sono stati concessi prestiti utili a ripianare gli ammanchi con programmi di restituzione anche decennali.

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“Ad approfittare di questo meccanismo che, ribadisco, considero disdicevole – sottolinea ancora Antonini – sono stati Comuni anche molto grandi come Napoli e Reggio Calabria”. In effetti sono circa 40 le amministrazioni locali, molte delle quali in Sicilia, Campania e Calabria, che hanno usufruito di questa ciambella di salvataggio offerta dal governo. “In questo modo in effetti – chiarisce Antonini – si rimettono risorse finanziarie in mano a sindaci che magari hanno già dimostrato di non saper amministrare. Invece con il citato commissario esterno, spesso si possono davvero risanare i conti dei Comuni, visto che si tratta di soggetti del tutto estranei alle dinamiche politiche locali che possono agire senza guardare in faccia a nessuno”.

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Nonostante queste battute di arresto comunque, gli sforzi della commissione guidata da Antonini per affermare un federalismo fiscale finanziariamente responsabile vanno avanti. “Tra gli ultimi decreti approvati – fa sapere Antonini – c’è quello del cosiddetto fallimento politico. In pratica, i sindaci che verranno riconosciuti responsabili del dissesto economico di un Comune, saranno ineleggibili per dieci anni”. Una forma di esplicita deterrenza che dovrebbe spingere i primi cittadini ad atteggiamenti più responsabili nell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Ma non finisce qui, perché, con l’obiettivo di rendere più trasparenti i conti dei Comuni, dal 2014 questi ultimi saranno chiamati a depositare anche i cosiddetti bilanci consolidati. “Attualmente – fa notare Antonini – i Comuni presentano conti che non considerano in maniera adeguata le cosiddette aziende partecipate. Si effettuano artifici contabili con cui si imputano a imprese controllate poste di bilancio che poi in effetti non ci sono. Dall’anno prossimo anche su questo punto ci dovrà essere massima chiarezza”. E c’è da scommettere che ne vedremo delle belle, visto che sono tanti i Comuni, soprattutto le grandi città, nelle quali le partecipazioni in aziende controllate rappresentano un intrico quasi inestricabile.

D’ora in poi ci vorrà chiarezza, perché il rischio, se non Detroit, è quello del dissesto guidato, e per i sindaci inefficienti anche lo spetto di uno stop decennale alla carriera politica. Staremo a vedere.

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