Derivati, una mini-guida

Cosa sono, a cosa servono e come evitare gli strumenti di ingegneria finanziaria che potrebbero creare perdite per 8 miliardi al Tesoro

Ministero del Tesoro-Credits: Imagoeconomica

Cinzia Meoni

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A lanciare la bomba derivati questa mattina sono stati Repubblica e il Financial Times. I due quotidiani parlano di un rischio di perdite per lo Stato italiano di 8,1 miliardi di euro causato da contratti risalenti agli anni ’90 stipulati dal Tesoro, per assicurare a Roma l’ingresso nella euro zona, e rinegoziati poi nel 2012. La Procura i Roma ha aperto un fascicolo, mentre il Tesoro, a metà giornata, ha tentato di gettare acqua sul fuoco. “Non esiste alcun pericolo per i conti dello Stato legato ai contratti su derivati stipulati negli anni Novanta” afferma una nota ed è “assolutamente priva di ogni fondamento l’ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro”.

Ma tanto è bastato sollevare qualche preoccupazione. La notizia o indiscrezione che dir si voglia è stata infatti l’apertura di tutti i telegiornali. Almeno finora. E così, ancora una volta, questo termine strettamente finanziario è entrato nel linguaggio comune, scatenando ogni genere di timore, come accade per ogni parola che racchiude universi sconosciuti.

È il caso quindi di chiarirsi le idee su questi misteriosi e pericolosi contratti . Detto in termini non propriamente tecnici i derivati sono delle scommesse sul prezzo futuro di un’infinità di beni, il cui valore quindi "deriva" da qualcos’altro (materie prime, cambi, indici, obbligazioni). "Un derivato è un contratto finanziario legato all’andamento di un sottostante, sia esso un prezzo di un titolo, l’andamento di una valuta o di un tasso o altro a discrezione. Vengono utilizzati per fini di copertura o speculativi e hanno il vantaggio di sfruttare l’effetto leva: ovvero con pochi soldi l’investitore controlla un controvalore superiore" spiega Fabio De Gaspari, Proprietary Trader di Invest Banca.

Nella definizione di derivato rientrano poi una serie praticamente sterminata di strumenti più o meno complessi creati dalla fervida fantasia dell’ingegneria finanziaria: si va dai futures sulle materie prime (chi non ricorda il succo d’arancia oggetto della speculazione del film Una poltrona per due) ai Cds, ovvero i  Credit Default Swap, che puntano sul fallimento di un singolo Paese.  “Il ruolo primario di questi contratti è sempre quello di copertura, di protezione contro movimenti avversi e non prevedibili dei prezzi” commenta Edoardo Chiozzi Millelire, responsabile per l’Italia di Convictions AM secondo cui “Il problema dei derivati, e soprattutto dei derivati più complessi come opzioni esotiche e total return swaps, è che diventa più difficile per i controllori apprezzare la reale esposizione e il rischio che questi rappresentano”.

Detto questo, i derivati sono strumenti piuttosto abituali nella gestione patrimoniale di enti pubblici e privati.  “Lo Stato italiano, 4° produttore di debito al mondo, usa in maniera importante derivati in valuta e tassi (swaps) per ottimizzare il proprio costo di finanziamento e diversificarne le fonti, così come fanno i dipartimenti del Tesoro di tutti i Paesi più sviluppati” afferma Chiozzi Millelire che poi, entrando più nel dettaglio, spiega “Per esempio, se le condizioni di mercato permettono allo Stato di finanziarsi in termini più vantaggiosi in Giappone, il Tesoro emette dei titoli di Stato in yen, ma poi deve proteggersi dal rischio valutario e quindi sottoscrive dei contratti derivati (swaps) che coincidano con le date di pagamento delle cedole e del capitale. Ora se i flussi delle due operazioni sono trattati insieme non ci sono problemi, ma se i flussi vengono analizzati in modo separato potrebbe risultare una perdita di cambio sullo swap, senza contabilizzare il guadagno sullo stacco cedola o il rimborso capitale, o viceversa”.

Quanto poi allo specifico caso che occupa oggi le pagine dei quotidiani  quello che si ipotizza è questo “lo Stato, avendo bisogno di soldi subito per rientrare entro i parametri di Maastricht, ha strutturato dei contratti derivati particolari con le banche di investimento che hanno concesso un anticipo monetario immediato” prosegue De Gasperi secondo cui “La storia è molto simile a quella della Grecia con Goldman Sachs. Era comunque abbastanza prevedibile che tali contratti esistessero quando anche i piccoli comuni avevano effettuato tali tipi di transazione. Le ripercussioni economiche chiaramente sono negative soprattutto in termini di immagine”. Per Chiozzi Millelire “se veramente si dovesse trattare di una perdita secca di 8 miliardi di euro, lo Stato potrebbe rapidamente colmarla con qualche dismissione”.

Ora, è evidente che i derivati, come tutte le scommesse, presentano un certo grado di rischio e maggiore è la distanza dal sottostante, minore è la possibilità di una corretta valutazione degli stessi. “Ma demonizzare i derivati non porta a molto, come per qualsiasi mezzo, è l’uso improprio che può essere dannoso, non lo strumento in sé. Pensiamo ad esempio a un mutuo con cap (cioè con tetto massimo ndr): all’interno ha un derivato di tasso, ma ci fa stare molto più tranquilli pagando qualcosa in più, il costo appunto del derivato” commenta Gasperi che comunque avvisa: “Se poi il piccolo risparmiatore non vuole usare derivati, basta che eviti strutturati o polizze che hanno diciture come "effetto 2x, pago x% se l'indice non scende oltre il 20%" e così via: sono tutti creati con derivati all'interno".
Per il piccolo investitore, conclude Chiozzi Millelire, "vale quello che si è tante volte detto nel passato; la prima regole è di mai investire in prodotti che non si capiscono e poi, soprattutto, la regola d’oro della finanza, che a rendimento atteso superiore corrisponde sempre un rischio atteso maggiore!” .

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