Della Valle si faccia avanti

L'attacco contro Giovanni Bazoli ha il suo perché. Ma servono azioni, non solo parole

Diego Della Valle, proprietario del gruppo Tod's (Credits: ANSA/DANIELE MASCOLO )

Sergio Luciano

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“L'obiettivo di Bazoli e dei suoi compari...”: però! Fa effetto leggere una frase del genere, una scudisciata in piena faccia, sferrata da Diego Della Valle al presidente uscente (e rientrante) di Intesa Sanpaolo. Un'espressione duramente denigratoria, che il “re” delle Tod's non aveva riservato neanche all'esecrato Cesare Geronzi, e che ha affidato oggi a un'ampia intervista su Repubblica nella quale spara a zero contro l'immobilismo del potere italiano in genere e di quello economico-finanziario in specie. Attaccando quello che Roberto D'Agostino ha da anni definito "Abramo Bazoli”, cristallizzando ironicamente l'immagine ascetica, sofferta e pensosa di Bazoli con l'enorme ruolo di potere che ha di fatto rivestito negli ultimi trent'anni, dal salvataggio dell'Ambrosiano in poi, nel sistema finanziario e bancario italiano. Insomma, Della Valle non delude chi attendeva un ritorno di fiamma delle sue periodiche “picconate” al sistema: come tutte le pop-star, se si eclissa è solo per preparare un cd di maggior successo. Picconate, inoltre, incoercibili, perchè sferrate dall'alto di una posizione invidiabile, che pochi condividono in quel mondo, quella di essere indipendente dalle banche, non avendo debiti con esse.

Ma Della Valle ha torto o ha ragione a chiedere a Bazoli di non ricandidarsi? E fa bene a lanciare l'altra provocazione contenuta nell'intervista, che cioè il patto di sindacato di Rcs salti e l'azienda editoriale venga messa in gioco a vantaggio (tra virgolette) di chi se la sentisse (immaginabile: lui!) di gestirla meglio?

Non si può certo dargli torto, ma neanche ragione. Quel che Enrico Cuccia ha fatto più o meno da solo fino a tutti gli Anni Ottanta, poi con qualche comprimario negli anni Novanta e dal Duemila in poi hanno fatto Giovanni Bazoli in primis, con contributo variabile di Cesare Geronzi e successivamente di Alessandro Profumo e Corrado Passera, è stato svolgere un ruolo di supplenza rispetto a una politica economica del governo – cioè dell'istituzione che dovrebbe occuparsi di liberalizzazioni, mercati, ma anche impresa pubblica e regole statali per il gioco economico – che è stata afasica o, peggio, solo intrallazzata. Tolta la parentesi del riaggancio alla prima fase dell'euro, pilotato da Prodi e Ciampi, l'Italia Spa ha solo venduto (svenduto?) un po' di gioielli di famiglia, da Telecom Italia alle autostrade e agli aeroporti, per “fare la brava” con Bruxelles e, in realtà, pietire dai mercati un po' di consenso verso i balordi numeri della finanza pubblica di Roma.

In questo trentennio di “vacatio”, le banche – all'epoca immuni sia dal tarlo dei derivati che dagli strali di Basilea 3 e della Bce – hanno fatto il bello e il cattivo tempo, ma perchè gliene hanno dato il destro normativo (era l'epoca in cui un istituto di credito, purchè vi apponesse l'avverbio “transitoriamente”, poteva iscrivere a bilancio qualsiasi partecipazione, dai giornali alle squadra di calcio) e hanno chiuso due occhi sulla vigilanza, con gli esiti poi occorsi.

Eppure non è stato solo per lo “stellone” italico, se alla fine le nostre banche sono rimaste ai margini del cancro dei derivati finanziari e sono costate un niente all'erario, per la campagna dei risanamenti iniziata col dopo-Lehman, rispetto alle banche degli altri Paesi europei, Germania compresa: diciamo che sono state prudenti, anche per merito di qualche “grande vecchio” come Bazoli.

La parabola delle Fondazioni bancarie, che per legge avrebbero dovuto dismettere le quote di controllo nelle banche conferitarie e in troppi casi le hanno conservate, nasce sì anche dal desiderio di potere della “casta” autoreferenziale dei fondatori ma anche dalla mancanza di alternative. Chi avrebbe dovuto comprarsele, le banche italiane? I fondi pensione mai decollati? Gli imprenditori dediti a palleggiarsi le squadra di serie A rimettendoci l'osso del collo o a coltivare il motto italico impresa povera, imprenditore ricco?”.

Certo, se guarda a se stesso Della Valle ha tutte le ragioni per essere soddisfatto. Ma dov'era lui, dov'era Armani, dov'era il gruppo Benetton – be', loro erano in Autostrade, in Adr e in Autogrill, a godere i frutti dei monopoli naturali acquisiti a leva, o da loro o da qualcun altro – intanto che due signori francesi, Arnault e Pinault, costruivano dal nulla due splendidi colossi globali del lusso, facendo incetta di bellissimi marchi italiani? Oltre a gestire benissimo Tod's, Della Valle investiva, ahimé sbagliando, in Mediobanca e perserverava nell'errore investendo in Rcs, attratto dall'allure della comunicazione e distratto dalla piccola circostanza che l'avvitamento strutturale di quel business – di cui sono piene le scuole di managament mondiali – è iniziato quindici anni fa, col boom di internet, e neanche negli Usa sanno ancora su quale nuovo equilibrio si fermerà.

Della Valle ha diritto di parlare di tutto ciò che vuole, oltre che di scarpe, e un provocatore intellettuale come lui è utile al sistema. Però non la faccia così facile, perchè non lo è. Chi ha sempre vinto in uno sport, non creda di poter vincere altrettanto bene anche cambiando disciplina... Bazoli farebbe benissimo a non ricandidarsi, lui ottantenne, anche se Papa Bergoglio dà l'idea di voler rivoluzionare la Chiesa anche a 76 anni e anche se sempre più autorevoli opinion leader auspicano una riconferma al Colle dell'ottantantacinquenne Napolitano, stante che non si trova un candidato alternativo di garanzia per tutti.

Ma è vero, professor Bazoli: se si può, è meglio farsi da parte e restare “padri nobili” a dare consigli, se richiesti. A patto di sapere, questo è comprensibile, chi arriverà in sostituzione: e se i nuovi banchieri italiani devono avere le holding nei paradisi fiscali, forse meglio tenersi i vecchi. Ed è anche vero che il patto Rcs dovrebbe saltare, per ridare un'indirizzo comprensibile ad un'azienda che ancora può far tanto. Resta però il fatto che comprare azioni Rcs ai prezzi ai quali Della Valle (e Rotelli) sono entrati in quella società significa non aver mai letto, prima, una riga sull'implosione strutturale che già all'epoca dei fatti il sistema editoriale mondiale stava vivendo, e da anni, nei mercati più avanzati; e significa che quei prezzi non torneranno mai, se la logica ha ancora un valore. Piuttosto, c'è ancora del buono da comprare nel lusso. I giornali scrivono ad esempio che sia in vendita Pomellato, una bella azienda del gioiello controllata da un signore anziano e senza eredi. L'abbigliamento di lusso ha più affinità col gioiello o con i giornali e le banche?

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