Economia

Dazi: perché Trump ora vuole colpire anche le auto

La reazione del presidente Usa arriva dopo la decisione di Gm di chiudere 5 stabilimenti in Nord America per trasferire la produzione all’estero

Trump_Marchionne

Giuseppe Cordasco

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Incurante delle critiche che a livello mondiale sta subendo la sua politica dei dazi, il presidente americano Donald Trump non solo non arretra di un passo, ma addirittura rilancia la propria posizione, minacciando ora di colpire il settore delle auto.

L’inquilino della Casa Bianca ha infatti ufficialmente annunciato, attraverso l’ormai rituale messaggio su Twitter, che insieme alla sua amministrazione starebbe studiando appunto l’introduzione di nuovi dazi sulle automobili prodotte all'estero.

Una decisione assunta dopo che General Motors ha annunciato il suo piano di ristrutturazione che prevede la chiusura di diversi stabilimenti negli Stati Uniti. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire come si è arrivati in pochi giorni a questa scelta di imporre nuovi dazi che, di certo, scatenerà nuove polemiche a livello mondiale.

Una riorganizzazione lacrime e sangue

Tutto nasce, come detto, dall’annuncio di General Motors che avrebbe intenzione di avviare una profonda riorganizzazione industriale, che prevede lo stop alla produzione in ben sette impianti, di cui cinque in Nord America.

Il tutto con un taglio del 15 per cento della forza lavoro, ossia più di 14.000 posti,  fra Stati Uniti e Canada. L’unica a fare festa è stata la Borsa di Wall Street che ha brindato ai tagli, mettendo le ali ai titoli Gm che in questi giorni sono cresciuti del 7 per cento.

Ma tutt’altra reazione ha avuto innanzitutto il sindacato americano dei metalmeccanici che ha subito dichiarato guerra alla casa automobilistica che taglia negli Usa mentre, questa è l'accusa, apre impianti e rafforza la produzione in Messico e in Cina. E qui entra in scena l’amministrazione di Donald Trump, per la quale la scelta di Gm rappresenta uno schiaffo durissimo.

Un vero e proprio tradimento

''Il Paese ha fatto molto per Gm, non sono contento'' ha infatti immediatamente tuonato il presidente americano. "Dovrebbe smetterla di produrre auto in Cina: dovrebbe produrle invece negli Usa" ha aggiunto il tycoon, che in campagna elettorale aveva promesso un boom dell'industria automobilistica, con la creazione di milioni di posti di lavoro.

Le possibili chiusure degli stabilimenti negli Stati Uniti invece interessano proprio quegli Stati del Midwest che hanno aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca nel 2016.

Tra l’altro, la ristrutturazione non piace neanche al Congresso e ai democratici che hanno approvato, sotto l'amministrazione Obama, il salvataggio dell’intera industria automobilistica di Detroit, stanziando miliardi di dollari dei contribuenti e che vedono ora i tagli annunciati come un vero e proprio 'tradimento' agli americani.

Le ragioni dei tagli

Paradossalmente però, le motivazioni della profonda riorganizzazione a cui starebbe pensando la General Motors, hanno in parte a che fare proprio con la politica dei dazi imposta da Donald Trump.

Se per un verso infatti, le difficoltà di Gm sono da ricercarsi nello scarso appeal commerciale dei modelli proposti sul mercato, soprattutto negli Stati Uniti, dall’altro ci sono anche ragioni più prettamente industriali.

Per Gm infatti si tratta di misure necessarie per posizionare al meglio la società alle prese proprio con la guerra commerciale avviata dalla Casa Bianca, che ha avuto come effetto quello di far salire i prezzi delle materie prime come acciaio e alluminio. Non a caso, con i tagli Gm punta a risparmiare ben 6 miliardi di dollari.

Le conseguenze dei nuovi dazi

Le reazioni a questa nuova uscita di Doald Trump in tema di dazi, non si sono fatte attendere. In particolare secondo gli esperti del Fondo monetario internazionale i dazi Usa sul settore automobilistico peserebbero sulla crescita globale per almeno lo 0,75%. E tra l’altro ad essere colpita da un'eventuale stretta Usa sull'import di auto, non sarebbe tanto la Cina, quanto di sicuro la Germania.

È per questo che, in vista del prossimo G20 che si terrà da domani al primo dicembre a Buenos Aires, in Argentina, proprio la numero uno del Fmi, Christine Lagarde, ha parlato di “un'occasione unica per migliorare il sistema di scambi globale".

Ma chissà cosa ne pensa Donald Trump che arriva in Argentina, dove vedrà il presidente cinese Xi Jinping, promettendo invece il pugno di ferro proprio contro Pechino: è pronto infatti l'innalzamento dei dazi al 25% su tutti i prodotti 'made in China' importati negli Usa. A cui ora potrebbero aggiungersi anche quelli delle auto. Insomma, le premesse non sono certe delle migliori. Staremo a vedere.

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