Economia

Dazi, dove porterà la guerra commerciale Usa-Cina

Dollaro forte, più inflazione e meno crescita economica. Ecco i possibili effetti delle politiche di Trump

Made in America product showcase at the White House

Andrea Telara

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La dichiarazione di guerra è scattata il 6 luglio 2018, alla mezzanotte e un minuto negli Stati Uniti, le 6:01 del mattino in Italia. Per fortuna non si tratta di una guerra combattuta con le armi ma soltanto a colpi di dazi. Sono quelli che il presidente americano, Donald Trump, ha deciso di applicare su ben 818 beni importati dalla Cina, per esempio su alcuni componenti delle automobili, sulle apparecchiature medicali, sui dispositivi per l’aerospazio o per l’ information technology. 

I balzelli dovrebbero fruttare alle dogane statunitensi circa 34 miliardi di dollari ma sono soltanto il primo anello di una lunga catena di dazi che Trump minaccia di applicare sulle merci cinesi, fino a un valore massimo potenziale di 500 miliardi, nel caso in cui Pechino decidesse di fare ritorsioni contro le politiche commerciali della Casa Bianca. 

Quali conseguenze avrà  la guerra dei dazi di Trump? Gli economisti e gli esponenti della comunità finanziaria se lo chiedono da tempo, delineando all’orizzonte  scenari non molto rosei. Keith Wade, capo economista e strategist della casa d’investimenti britannica Schroders, ha individuato in particolare tre possibili effetti collaterali. 

Il dollaro in ripresa

Il primo è un rafforzamento del dollaro sul mercato valutario. Wade ricorda infatti che, mentre negli Stati Uniti la Federal Reserve ha già iniziato ad alzare i tassi d’interesse, la Banca Centrale Europea (Bce) lo farà soltanto nel 2019. Arrivati a questo punto, però,  la Bce potrebbe non avere fretta  di rincarare i tassi visto che, tenendo il costo del denaro relativamente basso, potrebbe riuscire a contrastare con una mini-guerra valutaria gli effetti delle politiche commerciali di Trump. Lo stessa strategia potrebbe essere seguita anche dalla banca centrale cinese. 

Se i tassi in America si alzano, l’infatti, le attività finanziarie in dollari diventano più redditizie per gli investitori internazionali, regalando appeal al biglietto verde  e facendo salire le sue quotazioni mercati valutari. Grazie al cambio favorevole, l’export di beni europei e cinesi potrebbe dunque rimanere competitivo anche senza che Pechino e Bruxelles ingaggino una guerra all’ultimo dazio con Washington. 

Inflazione o stagflazione 

Ma c’è un altro effetto collaterale che la guerra doganale  rischia di portare con sé. “Sebbene i dazi attuali stiano già danneggiando le imprese di alcuni settori come quello automobilistico e aerospaziale”, sostiene l’economista di  Schroders, “è probabile che vengano applicate ulteriori misure simili sui beni di consumo, come l'abbigliamento, le calzature e gli elettrodomestici”. 

Ciò rischia di provocare, secondo Wade,  un aumento dell'inflazione perché “i consumatori si troveranno far fronte a prezzi più elevati per i beni di uso quotidiano”. Inoltre, se il protezionismo di Trump provocherà un rallentamento dell’economia mondiale, a detta dell’economista britannico potrebbe verificarsi persino uno scenario di stagflazione, cioè di stagnazione del pil accompagnata da un contemporaneo incremento dei prezzi superiore al previsto. 

Made in Usa nel mirino

Infine, l’ultimo effetto collaterale della guerra dei dazi individuato dall’analista di Schroders è una dura ritorsione da parte della Cina verso le aziende statunitensi che operano sul suolo della Repubblica Popolare. A questo proposito, c’è un precedente importante che fa riflettere. E’ il boicottaggio che il governo cinese ha attuato nei confronti del gruppo coreano della grande distribuzione Lotte quando il governo di Seoul ha deciso di installare un sistema di difesa missilistico non gradito a Pechino. 

Sono bastate alcune severissime norme antincendio per convincere Lotte Group, multinazionale intenzionata a insediarsi in forze sul suolo cinese, a fare marcia indietro e a rinunciare alle sue mire espansionistiche nel più popoloso mercato del mondo. Lo stesso trattamento potrebbero subire dunque molte multinazionali statunitensi che hanno cospicui interessi nella Repubblica Popolare.

 “Nel 2017 General Motors ha venduto più auto in Cina che nella madrepatria”, aggiunge Wade,  “e nel paese del dragone il numero di iPhone attivi è il doppio che negli Stati Uniti”. “Sebbene la Cina non abbia un grande desiderio di prendere di mira le società americane”, conclude l’economista britannico,  “questa possibilità rappresenta uno strumento potente nell’arsenale di Pechino”. Donald Trump, insomma, è avvisato. 

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