Crowdfunding, prendiamo esempio da Obama

Come ha fatto la piccola Banca Interprovinciale che da marzo lancerà la raccolta "popolare" di fondi per le piccole imprese. Sfidando le leggi (restrittive) italiane

(credit: AFP/Getty Images)

Giovanni Iozzia

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Se anche un istituto di credito si mette a fare crowdfunding , c’è da riflettere. Da fine marzo la Banca Interprovinciale lancerà una piattaforma web per il “finanziamento della folla”: COM UNITY. Si tratta di un piccola e giovane realtà nata tra Bologna e Modena, tre sportelli e meno di 100 milioni di raccolta, ma è significativo che un sistema sviluppatosi come alternativa al sostegno bancario venga adesso adottato da una banca. «Un riavvicinamento all’essenza oggi un po’ estinta della missione originaria», ammette il direttore generale Alessandro Gennari, che quella missione la ricorda così: «Selezionare idee, puntare su progetti migliori e capire, conoscendoli, quali imprenditori sostenere, con lo sguardo rivolto soprattutto a quelli di domani»

Che le banche facciano ormai poco o nulla questo lavoro è noto. Da quasi due anni gli impieghi diminuiscono e la velocità del calo negli ultimi mesi sembra essere aumentata. Anche la Bce comincia a preoccuparsene. Draghi sta spingendo per fare qualcosa che costringa gli istituti di credito a fare… credito alle imprese. E si sta studiando il “funding for lending” britannico: ti dò i fondi ma solo a fronte di prestiti effettivamente erogati. Lo spirito è simile a quello che anima l’iniziativa emiliana. L’Interprovinciale annuncia che ci sarà un Comitato etico, guidato dal rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi, a garantirne la qualità del progetto e aggiunge che non distribuirà solo soldi ma farà anche “business coaching”, erogando competenze agli aspiranti imprenditori.

Ma la novità vera sta nel fatto, appunto, che la raccolta, attraverso i canali digitali e social, è finalizzata a un progetto di business. La banca non raccoglie e poi decide cosa fare in base alle sue imperscrutabili logiche. È il risparmiatore a scegliere dove mettere il suo capitale, piccolo o grande che sia, diventando così investitore in prima persona.

Un segnale importante per il crowdfunding proprio mentre la Consob è alle ultime battute per definire le regole di funzionamento, come previsto dal decreto Crescita2.0, diventato legge a fine 2012.  Sarà uno dei primi casi al mondo, visto che altrove si raccolgono soldi online solo con il “controllo sociale”.  L’obiettivo è concludere per marzo. Ma c’è un ma… La legge prevede il crowdfunding solo per le startup innovative, che hanno tanti limiti: non possono distribuire utili, chi ne possiede le azioni non può venderle e chi le compra deve tenerle per almeno due anni. Difficile capire chi investirà i propri soldi con tutti questi vincoli. E poi perché escludere le piccole e medie imprese? Come si regolerà la Banca Interprovinciale? O sarà proprio l’intervento di un istituto di credito, con le sue regole e le sue strutture, a permettere di aggirare la legge?

D’accordo che il crowdfunding è stato contemplato all’interno di un quadro costruito per “rendere più ospitale l’Italia per le start up” (parole del ministro Passera), ma non si capisce perché bisogna comprimerne le potenzialità. Negli Stati Uniti la principale piattaforma di crowdfunding, Kickstarter, nel 2012 ha raccolto 320 milioni di dollari. E le previsioni dicono che nel 2013 ne saranno raccolti 500 e che nei prossimi cinque anni 500 mila aziende saranno finanziate dalla “folla”. Il presidente Obama si è impegnato personalmente per mettere a sistema uno strumento nato spontaneamente e farne il perno di una potente azione di crescita dell’economia reale. Noi possiamo permetterci di fare distinzioni e rendere tutto più difficile?

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