La crisi economica in Italia: la realtà dei fatti

La recessione, la deflazione, la disoccupazione. E gli avvisi della Ue, del Fmi e della Bce. O le riforme subito o non ne usciamo

Il premier Matteo Renzi con il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan – Credits: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Fabrizio Goria

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L’affondo di Moody’s sull’Italia è solo l’ultimo di una lunga serie, ed è probabilmente quello più insignificante. Ma si tratta dell’ennesima testimonianza, insieme coi moniti dell’Ocse, che il matrimonio fra Matteo Renzi e la comunità finanziaria internazionale sta terminando. L’inquilino di Palazzo Chigi non ha paura ad affrontare a muso duro chi lo critica, come ha fatto nell’intervista al Financial Times , ma nulla può contro l’evidenza dei dati. E quest’ultimi raccontano una realtà ben diversa da quella narrata dall’ex sindaco di Firenze. Tecnicamente, infatti, l’Italia non è mai veramente uscita dalla recessione.

Matteo Renzi è sicuro che il suo sentiero di riforme sarà ultimato secondo le previsioni. E, una volta finito il percorso, il rimbalzo dell’economia italiana sarà realtà. Il presidente del Consiglio rifiuta quindi l’idea che Roma possa tornare al centro delle preoccupazioni di Bruxelles e dei mercati finanziari. Il problema è che i dati non lasciano spazio a interpretazioni positive. Rispetto alle iniziali credenze del ministero dell’Economia, l’Italia non solo non ha agganciato la tiepida e fragile ripresa che si è affacciata sull’area euro, ma è perfino riuscita a rientrare in recessione.

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Ancora prima di Moody’s, erano stati altri i moniti all’Italia. In primis, quello della Commissione UE. Nelle sue raccomandazioni periodiche, aveva rivisto al ribasso le stime di espansione economica del Paese. Non solo. Aveva posto l’attenzione dei policymaker sulla mancanza di seguito alle promesse riformiste. In altre parole, Bruxelles aveva esortato Palazzo Chigi, in modo nemmeno troppo implicito, a non sottovalutare l’attuale situazione congiunturale. La già disomogenea crescita, in assenza di condizioni ambientali favorevoli come l’adozione di riforme economiche e politiche, rischiava di diventare un miraggio per Roma. Così è avvenuto.

Poi, arrivò quello del Fondo monetario internazionale (Fmi), che nella sua ultima revisione del World Economic Outlook aveva abbassato di tre decimali le prospettive di crescita italiana per l’anno in corso, portandole a +0,3% su base tendenziale. Il Fmi aveva sbugiardato il Tesoro e aveva raccomandato all’Italia di portarsi avanti con le riforme strutturali, da quella del mercato del lavoro a quella del mercato dei capitali, in modo da migliorare la competitività del Paese.

Nelle ultime tre settimane, i dati diramati dall’Istat sullo stato dell’economia italiana nel secondo trimestre dell’anno hanno confermato ciò che nelle sale trading e nei corridoi delle istituzioni europee era già assodato da tempo. L’Italia è tornata in recessione, nonostante sia Palazzo Chigi sia il Tesoro continuino a confermare che, alla fine dell’anno, il Pil del Paese non si contrarrà rispetto al 2013. Una speranza vana, spiegano Bank of America-Merrill Lynch, Citi e Société Générale, le ultime tre banche ad aver ribassato le stime sull’Italia.

Anche la Banca centrale europea (Bce) ha mosso velate obiezioni al programma adottato da Matteo Renzi . "La mancanza di riforme frena gli investimenti", ha detto Mario Draghi, presidente della Bce. Parole che hanno fatto imbufalire Renzi, che ha risposto a tono al numero uno dell’Eurotower. Anche in questo caso, tuttavia, i dati parlano chiaro. Secondo i database di Bank of America-Merrill Lynch, negli ultimi due mesi il flusso di capitali stranieri verso l’Italia si è fermato, mentre risulta essere ancora positivo per 3/4 dell’area euro.

Il peso della realtà smentisce quindi Renzi. Se è vero che il progetto di riforma del Senato ha iniziato a dare i suoi frutti, è oltremisura vero che il tessuto connettivo dell’economia italiana soffre ancora. Primo, per la mancanza di accesso al credito bancario. Poco potranno fare le Targeted longer-term refinancing operation (Tltro) lanciate in giugno dalla Bce. Gli istituti di credito continueranno a preferire l’erogazione di prestiti a soggetti con una storia creditizia buona. Qualità e non quantità. E per le piccole e medie imprese non ci saranno ulteriori sbocchi, data l’arretratezza del mercato obbligazionario corporate italiano nel confronto con il resto dell’eurozona.

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L’altro motivo di sofferenza delle imprese italiane, come ha ricordato più volte l’Ocse, è il sistema fiscale. Troppo oneroso, poco equo, molto anacronistico. Eppure, sul fronte della semplificazione, i consigli di banche, istituzioni finanziarie e istituzioni monetarie sono rimasti del tutto inascoltati.

Le ricette di Renzi per ora non convincono e i dati non sono a suo favore. Il presidente del Consiglio chiede tempo, ma la pazienza di investitori e policymaker potrebbe esaurirsi in fretta, nel caso in autunno non ci sia un miglioramento. Il timore che serpeggia nell’eurozona è che ormai il coma dell’Italia sia irreversibile.

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