Economia

La crescita del governo Monti ferma al palo

Buone intenzioni ma pochi soldi a disposizione. E alcune idee a costo zero restano sulla scrivania: come quella dell'esenzione Iva per le nuove grandi opere

Mario Monti (AP Photo/Riccardo De Luca)

Crescita sì, ma senza vitamine: comunque la si voglia guardare, è questa la cifra delle misure che il governo Monti intende varare da qui alla fine dell’anno per costruire l’altra "gamba" della sua azione di risanamento del Paese.

Le intenzioni sono buone, in alcuni casi ottime, le misure (non tutte) interessanti, ma soldi non ce ne sono. E una mentalità che definire “tedesca” sarebbe erroneo, perché è più specificamente assimilabile alla sola Bundesbank, fa sì che alcune buone idee a costo zero vengano immeritatamente bloccate.

- Agenda digitale, con la banda ultralarga diffusa in nuove zone d'Italia; - agevolazioni per le nuove imprese (start-up) che potranno aprire con una procedura soltanto on-line e a costi bassissimi: sono due cose che entro settembre il Ministero per lo Sviluppo economico varerà, perché non costano nulla. Saranno utili?

Certo, non dannose: bisogna però vedere in concreto quanta economia serviranno per attivare. Cioè quante nuove imprese nasceranno che davvero non sarebbero nate, fermandosi per esempio di fronte al modesto ostacolo dei tremila euro che occorrono per costituire una srl; o quanta "banda ultralarga" verrà resa possibile in Italia dalla posa delle nuove reti in fribra ottica che non lo sarebbe già stata comunque, per l’iniziatia – finalmente solida e finalmente autonoma da Telecom Italia – di Metroweb.

È invece ferma sulle scrivanie della Ragioneria, un’altra idea molto più incisiva, escogitata dal viceministro alle Infrastrutture Mario Ciaccia e appoggiata dallo stesso ministro Corrado Passera: esentare dall’Iva le nuove "grandi opere" che vengano lanciate da enti locali e da privati in regime di autofinanziamento e project-financing, o utilizzando i nuovi “project bond”, istituiti proprio dal governo per facilitare la ripresa dell’attività nel settore.

Esentare dall’Iva significa far risparmiare alle imprese costruttrici 50 miliardi di euro di tasse in dieci anni, calcolando che una norma del genere "incoraggerebbe" a intraprendere lavori per circa 25 miliardi di euro all’anno. Ma allora perché non dire subito di sì? Se quelle opere sono destinate, senza incentivi, a non essere fatte – e quindi a non creare gettito Iva - perché non sbloccarle, incentivandole con lo sgravio di un'Iva che comunque lo Stato non incasserebbe?

La ragione della perplessità del Tesoro, al riguardo, è abbastanza chiara: è vero che, come dice Ciaccia, senza sgravi queste opere oggi non partono. Ma la chiave del dissenso sta tutta in quell' "oggi".

Infatti - è il retropensiero dei tecnici del Tesoro - se il ciclo economico ripartisse, o meglio quando ripartirà, numerose grandi opere progettate e ferme potrebbero essere finalmente avviate: in fondo la Lombardia non ha avuto bisogno di sgravi fiscali per aprire i cantieri della Pedemontana, della Brebemi e della Tangenziale esterna, che sono tutti in “project financing”, cioè vengono realizzati con soldi prevalentemente privati e con solidi piani finanziari di rientro nel tempo, nonostante le imprese costruttrici paghino fior di Iva. Tanto che qualcuno ipotizza già ricorsi giuridici contro eventuali norme che andassero a creare “asimmetrie” competitive tra le imprese che stanno realizzando grandi opere pagandoci l’Iva e imprese che dovessero godere dell’agevolazione…

È chiaro che è in atto un conflitto di mentalità tra chi vuole fare di più e farlo subito e chi pensa che per ora l’unica cosa da fare sia attendere che passi la tempesta dei mercati praticando nel frattempo il massimo rigore finanziario.

Da questa impasse un governo tecnico non ha i cromosomi per uscire. Ma purtroppo, dai segnali preelettorali che si raccolgono in questi giorni, non è lecito alcun ottimismo sul fatto che futuri governi politici riescano a costituirsi sulla base di idee più chiare e condivise…

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