Economia

Crescita del pil, perché siamo ancora ultimi in Europa

Nel 2017 il prodotto interno lordo è salito dell’1,4%, il massimo dal 2010. Ma altri paesi come la Germania e la Spagna viaggiano a un ritmo quasi doppio

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Andrea Telara

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Il dato è ancora provvisorio ma quasi di sicuro subirà qualche piccolissima variazione. Secondo l’Istat, il prodotto interno lordo italiano (pil) è cresciuto nel 2017 dell’1,4% su base annua, il massimo mai registrato dal 2010. A parità di giorni lavorativi rispetto al 2016, la crescita del pil è stata invece dell’1,5% .

“Dopo anni di difficoltà i numeri migliorano”, ha detto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, commentando le cifre diffuse dall’istituto nazionale di statistica. Che ci sia un miglioramento nessuno lo mette in dubbio. Peccato, però, che l’Italia sia purtroppo ancora il paese del Vecchio Continente che cresce meno.

Un punto in meno dell’Eurozona

In media, il pil dell’Eurozona è salito nel 2017 del 2,4%, quasi un punto in più rispetto al nostro. In Francia si è registrata una crescita dell’1,8%, in Germania del 2,5% e in Spagna del 3,1%. E’ vero insomma che l’Italia si è rimessa in moto ma, appena si esce dai confini nazionali, si trova un’economia che viaggia a ritmi sensibilmente più veloci.

“E difficile dire quanto ci sia di strutturale, quanto di temporaneo e quanto pesi l’incertezza politica sulla crescita attuale dell’Italia”, ha commentato sul sito web LaVoce.info l’economista Francesco Daveri, aggiungendo che i dati del nostro paese, seppur positivi, mostrano l’incapacità dell’ economia tricolore “di accelerare in linea con il resto del continente”.

Rallentamento nel 2018

Anche nel 2018, infatti, non dobbiamo aspettarci un andamento col turbo dell’Azienda Italia. “Per l’intero anno in corso”, dice Paolo Mameli, economista della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, “la nostra stima è di una crescita del pil dell’1,3%, marginalmente inferiore a quella registrata nel 2017”. L’analista di Intesa Sanpaolo non esclude inoltre un effetto negativo sull’economia italiana derivante dal cambio forte dell’euro nei confronti delle altre monete o dall’incertezza politica in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo.

Aldilà dell’appuntamento di breve termine con le urne, però, è evidente che alla base del ritardo dell’economia italiana c’è qualcos’altro: ci sono probabilmente ragioni strutturali come la pressione fiscale alta o l’inefficienza della burocrazia, cioè gli stessi fattori che hanno impedito al nostro paese di mantenere il passo del resto del continente anche prima della crisi economica iniziata nel 2008. Pure quest’anno, infatti, il pil dell’Eurozona crescerà di un punto in più rispetto a noi, cioè a un ritmo del 2,3%.

Debito più leggero

In uno scenario di breve termine non particolarmente esaltante, nc'è da sperare che abbia ragione il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Nei giorni scorsi Padoan ha parlato di un irrobustimento dei fondamentali del nostro paese nel lungo periodo, “grazie a un'inversione di tendenza degli investimenti privati e pubblici”. Sempre in un’ottica di lungo termine, una nota positiva arriva da Sophie Chauvellier, responsabile della ricerca economica della casa di investimenti Dorval Asset Management.

“I paesi del sud Europa come l’Italia stanno finalmente uscendo dalla morsa del debito”, ha detto Chauvellier, sottolineando un aspetto importante: sia nel nostro Paese che in Grecia, in Spagna e in Portogallo, il tasso di crescita del pil nominale (che comprende anche il tasso di inflazione) è oggi tornato superiore al tasso d’interesse medio pagato dal governo per ripagare il debito pubblico. Anche se la nostra economia non viaggia con il turbo, insomma, va avanti quel tanto che basta per migliorare un po’ la solidità finanziaria del Paese.

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