Corea del Nord, la guerra economica

Dietro le quinte dei missili: Usa, Russia e Cina, il debito e gli interessi in gioco

Un attivista sudcoreano colpisce con un taglierino un poster del leader nord coreano Kim Jong-un, durante una manifestazione di protesta contro la Corea del Nord che si è tenuta a fine marzo (Jung Yeon-Je/Afp/Getty Images)

Stefania Medetti

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Apparentemente, Kim Jong-un ha intenzione di spingersi dove Kim Jong-iI non aveva mai osato arrivare. Ovvero: lanciare un missile verso gli Stati Uniti, le sue basi o i suoi alleati. Potrebbe trattarsi di un missile a medio o a lungo raggio. Gli analisti, riporta Business Insider , non ne hanno idea. Ma anche gli analisti economici non sanno cosa potrebbe succedere al regime guidato dal trentenne coreano indebitato com’è con le principali economie industrializzate.

Secondo quanto riferiva lo scorso anno la versione inglese di Chosun Ilbo , uno fra i quotidiani più letti della Corea del Sud, Pyongyang sta affogando sotto a una montagna di debiti a cui non riesce più a fare fronte. Secondo le stime di Seul, infatti, il totale ammonterebbe a venti miliardi di dollari, presi in prestito principalmente dall’ex Unione Sovietica e dai suoi alleati prima del crollo del Muro di Berlino nel 1989. Il Pil del Paese, che vince la palma di economia più isolata dal resto del pianeta, tocca i 28 miliardi di dollari. In base alle indagini della Cia , con 1.800 dollari di reddito pro-capite, la Corea del Nord è al 194° posto nella classifica mondiale e la sua economia non raggiunge nemmeno il 3% di quella di Seul che tocca invece un triliardo di dollari. Il 47,8% del Pil deriva dall’industria: il nord del Paese è ricchissimo di minerali, la stima si attesta su sei triliardi di dollari. Seguono i servizi con il 31,5% e l’agricoltura con il 20,7%, secondo il profilo tracciato dal Dipartimento di Stato Americano . La Corea del Nord, che vanta il triste primato del 37% di bambini malnutriti (dati 2004), destina il 20% del Pil agli armamenti.

Il deterioramento dell’economia, a partire dagli anni Novanta ha fatto il resto e ha reso praticamente impossibile fare fronte agli interessi e al debito. La Russia, in nome delle relazioni bilaterali, ha stralciato otto miliardi di dollari in cambio, a quanto pare, della compartecipazione nello sfruttamento delle risorse naturali. Pyongyang ha chiesto a Ungheria, alla Repubblica Ceca e all’Iran di cancellare una buona fetta del proprio debito o, in alternativa, di accettare un pagamento in beni, offrendo ginseng alla Repubblica Ceca e piccoli sottomarini all’Iran.

Infine, nonostante siano state tecnicamente in guerra per gli ultimi sessant’anni, Pyongyang ha aperto le porte a Seul: Kaesong Industrial Complex è un’area industriale che ospita 121 fabbriche, ma potrebbe accoglierne fino a tre volte di più, qui nord e sud coreani lavorano fianco a fianco. Hyundai Asan ha versato 12 milioni di dollari per cinquanta anni di affitto. Da questo complesso, dunque, è partita la più recente provocazione del giovane leader che martedì notte ha chiuso i cancelli ai manager e ai lavoratori di Seul.

Quello che è certo è che le cose non potranno andare avanti così per sempre. Uno studio firmato nel 2011 dalla think tank russa Institute of World Economy and International Relations, prevede che fra il 2021 e il 2030 la Corea del Nord collasserà e potrà essere assorbita dalla Corea del Sud, dando di fatto inizio a un processo di riunificazione oppure potrà propendere per uno dei due alleati, la Russia e la Cina.

Rispetto alle precedenti minacce nucleari, la vera novità di quella nordcoreana è rappresentata dalla presenza della Cina che, con la sua forza economica, potrebbe agilmente chiudere i rubinetti a Pyongyang, ma non lo fa. La Cina, infatti, è il principale fornitore di beni e servizi. Da Pechino arriva il 90% dell’energia, l’80% di prodotti di consumo e il 45% dei prodotti alimentari. Ma la Cina non ha alcun interesse nel collasso del regime. Da un lato perchè non ha alcuna intenzione di farsi carico dell’emergenza umanitaria legata al crollo di Pyongyang, ma soprattutto perchè, come evidenzia The Atlantic , l’uscita di scena della dinastia di Kim Jong potrebbe essere il preludio alla nascita di una Corea unita e pro-Stati Uniti.

Al di là del Risiko geopolitoco, il problema è di portata più ampia. Lo ha anticipato uno studio del Brookings Institute datato 2009. Gli scenari non sono incoraggianti, perchè riguardano la perdita di potere sull’arsenale nucleare e sulle testate missilistiche: l’uso da fine del regime o la caduta in altre mani potrebbero mettere in serio pericolo il mondo come lo conosciamo.

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