Corea del Nord: perché la pace dipende anche dall'economia

Pyongyang ha appena pubblicato la relazione sullo stato dell'economia nazionale, che descrive un sistema in transizione che cerca aiuti esterni

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15 aprile 2017, Pyongyang - Una parata militare al 105esimo anniversario della nascita di Kim Il-Sung – Credits: ED JONES/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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La Corea del Nord ha appena pubblicato la relazione sullo stato dell'economia del paese relativa al 2017, ed è interessante notare come lo stesso regime abbia confermato un progressivo rallentamento della dinamicità del mercato interno.

Per quanto sia impossibile valutare l'attendibilità delle cifre riportate, è certamente interessante leggere i dettagli del documento per cercare di capire qualcosa di più sull'impatto reale delle sanzioni internazionali sull'economia nordcoreana. 

Un rallentamento fisiologico

L'economia coreana, spiega il rapporto divulgato da Pyongyang, continua a crescere, ma non così in fretta come negli anni precedenti. Pur confermando un più che dignitoso 4,9 per cento di incremento delle entrate statali, che secondo alcuni esperti rappresenta l'unico indicatore attendibile per determinare il tasso di sviluppo nazionale, il regime ha incassato meno del solito. Il motivo? Il crollo delle esportazioni determinato dall'applicazione più rigida delle sanzioni internazionali.

Le previsioni per il 2018

Alla luce dei risutati ottenuti nel 2017, per il 2018 il regime ha stimato una crescita che potrebbe arrivare al massimo al 3,2 per cento. Si tratta di più di un punto e mezzo percentuale in meno. Una cifra che, dichiarata da Pyongyang, può essere interpretata in un solo modo: la situazione economica è molto difficile, ma non disastrosa (anche se, è bene sottolinearlo di nuovo, Kim Jong-un non avrebbe mai dato l'autorizzazione a pubblicizzare un dissesto importante. Per una questione di onore e credibilità personale.

Il controllo del governo

La relazione pubblicata a metà aprile riconosce anche che una grossa fetta delle attività economiche nazionali sfugge al controllo del governo. Naturalmente gli autori non parlano ne' di imprenditoria privata ne' di libera iniziative individuale, ma il fatto che "una grossa fetta della attività economiche sfugga al controllo del governo" può significare una cosa sola: il mercato sta diventando progressivamente più libero. Fino a che punto, in quali settori, e quale sia l'impatto di queste attività "extra" è molto difficile da immaginare, ma qualcosa sta cambiando.

Il dinamismo delle periferie

Alcuni esperti ritengono che il nuovo dinamismo dell'economia coreana arrivi dalle periferie, e che gli introiti generati dalle province dipendano in gran parte da attività non controllate dallo stato. Se questa stima fosse corretta, vorrebbe dire che più del 25 per cento del giro d'affari nazionale è generato da attività "autonome", e che numerose cittadine coreane sarebbero diventate economicamente autosufficienti proprio grazie all'iniziativa dei privati.

Prodromi di economia di mercato

Secondo gli esperti la relazione sullo stato dell'economia nordcoreana conterrebbe anche altri indizi che confermerebbero una lenta ma inesorabile trasformazione del tessuto economico interno. Pyongyang, ad esempio, si aspetta nel 2018 di incassare l'1,8 per cento in più nella voce affitti di proprietà governative (di fatto, si tratta su una tassa da pagare per l'utilizzo di terreni e edifici pubblici), e il 2,5 per cento in quella imposta sulle compravendite che, in Corea del Nord, sembra essere intesa come una tassa sulle "attività commerciali". Ancora una volta, scoprire su cosa si investe, quanto e in che modo è quasi impossibile, ma resta il fatto che i cambiamenti ci sono.

Economia in transizione

Se la Corea del Nord fosse rimasta ferma a un sistema economico completamente pianificato, non avrebbe avuto bisogno di introdurre questo tipo di voci nella sua relazione economica annuale, perché tutte le attività sarebbero rimaste rigidamente controllate dallo Stato, che avrebbe mantenuto il compito di entrare in possesso dell'intera produzione nazionale per poi ridistribuirla.

Questo però non significa che il regime sia pronto a trasformarsi in un'economia di mercato a tutti gli effetti. Sono poche le certezze che abbiamo sulla Corea del Nord, e al momento gli unici dati reali che abbiamo a disposizione raccontano di un'economia che non è più completamente pianificata (forse per il desiderio del regime di iniziare a sperimentare gli effetti di piccole riforme), di un paese che fa più fatica a crescere (per colpa delle sanzioni ma anche di un regime e di una mentalità che di certo non favoriscono l'iniziativa privata), e di un leader molto ambizioso che ha promesso al paese un futuro economico migliore. Ed è possibile che questi temi saranno oggetto dei prossimi incontri tra Kim Jong-un e Moon Jae-in prima e Donald Trump poi, e che sugli stessi possa diventare possibile rilanciare un dialogo più costruttivo.

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