Perché si parla solo di crediti deteriorati

Il problema maggiore sono i 6.800 di titoli tossici, una bomba pronta a esplodere

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– Credits: NicoElNino/iStock

Valerio Malvezzi

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Da molti mesi, sentiamo parlare solo di crediti deteriorati, cioè dei crediti andati “in malis”.
Eppure, da uno studio pubblicato da Mediobanca, sembrerebbe che la situazione non sia così disperata come, da tempo, i grandi organi d’informazione - detenuti da un azionariato nel quale la grande finanza internazionale ha un ruolo non marginale – sembrano farci intuire.
Solo 38 banche su 414 esaminate dall’indagine risulterebbero bocciate su tutti e quattro i parametri esaminati.
Vediamo quali sono e perché.

  • Il primo parametro è il cosiddetto Texas Ratio, cioè il rapporto tra i crediti non performanti e il patrimonio netto tangibile; ovviamente, si vuole sia minore di uno, al fine di non distruggere completamente il patrimonio bancario, nell’ipotesi negativa.
  • Il secondo è il Cost / Income Ratio, cioè il rapporto tra costi e ricavi, che si vuole minore del 90%, al fine di consentire una adeguata redditività bancaria.
  • Il terzo è il noto NPL ratio, che vuole che il valore degli NPLs (non performing loans) sia minore del 20% dei ricavi.
  • Il quarto, infine, è il rispetto dei parametro di vigilanza, Crediti Deteriorati / CET1, essenzialmente il rapporto tra Crediti Deteriorati e il Capitale Ordinario Versato; ovviamente si vuole inferiore all’unità.

Ebbene, solo poco più del 9% delle banche italiane viene bocciato dallo Studio Mediobanca su tutti e quattro i parametri; ergo, il 90% del sistema bancario italiano ha dimostrato di aver migliorato i parametri, nell’ultimo anno.

Eppure, la maggior parte degli organi di informazione non fanno che presentare soltanto le notizie negative, soffermandosi sulla maxi ricapitalizzazione di Carige a fine 2017, sulle amare vicende di MPS, sulla diversa sorte di Veneto Banca e della Popolare di vicenza per così dire salvate da Intesa San Paolo, e non si fa altro che rinvangare le notizie delle quattro banche per le quali abbiamo addirittura anticipato il Bail In (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti, Cariferrara).

Pedantemente, la Banca Centrale Europea con il suo organo di vigilanza non perde occasione per ricordarci che un buon controllo dei crediti ha un effetto, per via dei minori accantonamenti – e quindi dei costi – sul ROE (Return On Equity).
Anche se rinviato, l’addendum della BCE minacciato dalla Nouy pesa come una spada di Damocle sull’erogazione del credito alle imprese, stretto dai nuovi principi contabili entrati in vigore nel 2018 e le misure restrittive promesse sugli NPLs.

Del resto, la pretesa che le grandi banche siano più solide delle piccole non appare sempre documentata, se solo si considera che nel gruppetto delle quotate, ad esempio, la maggior parte non supera il citato Texas Ratio.
E già si annunciano severi moniti sugli Stress test prossimi, qualora il Pil italiano sia inferiore alle attese.
Ma allora?

Allora, la spiegazione è molto semplice, e sta in due aspetti.
Il primo è che le banche che fanno credito non possono non risentire della fantomatica “crisi”, che crisi non è, ma solo un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico. Negli stress test si guarda prevalentemente all’aspetto patrimoniale, mentre non si pone adeguato riguardo all’aspetto economico.

Per consentire alle banche che fanno credito di recuperare marginalità non si deve chiedere più capitale, ma si deve cambiare modello economico, tornando a politiche espansive degli investimenti pubblici e privati, atte a far crescere la domanda interna, che invece sono considerate pretestuosamente da anni il peggiore dei mali, nell’assurda e pro ciclica logica dell’”austerity”.

Il secondo è che volutamente la BCE continua a chiedere sforzi sui crediti deteriorati per non affrontare il vero problema, che sta nei 6.800 miliardi di titoli tossici, i derivati, cioè i titoli di livello 2 e 3, prevalentemente presenti nei colossi bancari francesi e tedeschi.
Di una bomba, importa conoscere l’ammontare di esplosivo e il rischio di innesco.

Quanto all’esplosivo, basti pensare che parliamo di un ammontare pari a 12 volte il valore dei crediti in sofferenza, cioè quello di cui solo si occupa la Banca Centrale.
Quanto al rischio di innesco, un recente studio di Bankitalia ha stimato che basterebbe la modesta oscillazione del 5% sul prezzo di tali titoli “illiquidi” per ridurre il capitale di migliore qualità (CET1) delle banche europee più esposte, facendolo crollare dal 14% all’11%.

Concludendo, perché parliamo solo dei crediti deteriorati e non dei titoli tossici?

Forse perché, nel disegno della grande finanza, il modello di banca che si desidera è esattamente quello. Così, mentre la Banca Centrale Europea è così solerte nel preoccuparsi dell’effetto di potenziale instabilità dato dai crediti concessi alle imprese, con regole sempre più restrittive, anche quando il problema si sta – come si è visto – riducendo, non una sola parola proferisce dell’altro tema, ben più grave.
Senza dire, ad esempio, con le parole della Banca d’Italia, che “i profitti che emergono da certi titoli complessi dovrebbero più propriamente essere catalogati come premi per rischi nascosti”.
Detto in termini semplici; sono utili fittizi, generati da bilanci inattendibili.
Che nessuno controlla.

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