Prezzo del petrolio ai minimi: chi ci guadagna e chi ci perde

Barile a 35 dollari, il 70% in meno dal 2014, mai così in basso in 11 anni. Dal Golfo all'Africa, dagli Stati Uniti alla Russia chi festeggia e chi no

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Stefania Medetti

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Da undici anni a questa parte, il prezzo del petrolio non è mai stato così basso: dall’estate del 2014, infatti, il greggio è calato del 70% e adesso il Brent si aggira su 35 dollari al barile. Nell’ultimo secolo, ricorda il Guardian, ci sono stati quattro incrementi verticali del greggio – 1973, 1979, 1990 e 2008 -, tutti accompagnati da una recessione globale.

Considerato il livello attuale del greggio, dunque, per l’economia mondiale potrebbe essere un vantaggio. Un prezzo basso, infatti, favorisce il bilancio dei paesi importatori, ma anche i consumatori e le industrie dei Paesi esportatori godono di costi di carburante più bassi e questo, almeno in parte, dovrebbe compensare le perdite sul fronte delle esportazioni. Ma la realtà dimostra che in gioco ci sono numerose variabili e lo scenario è molto più complesso di come appare.

Le motivazioni del crollo
Innazitutto, per le ragioni che hanno determinato un calo del prezzo del greggio. Come spiega il New York Times, nel conto vanno la debolezza delle economie dell’Europa, della Cina e dei Paesi in via di sviluppo che hanno ridimensionato gli acquisti, la sovraproduzione del petrolio di scisto da parte degli Stati Uniti che ha ha spinto i produttori dell’Arabia Saudita, della Nigeria e dell’Algeria, che un tempo vendevano agli Stati Uniti, a cercare acquirenti nei mercati dell’Asia, giocando una competizione di prezzo.

Infine, l’Opec ha scelto di non intervenire sulla sovraproduzione di greggio. Anche recentemente, nonostante gli appelli di Iran, Venezuela, Ecuador e Algeria per un rialzo dei prezzi, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e i loro alleati del Golfo hanno rifiutato, sottolinea Al Jazeera, di prendere posizione in proposito. E la chiusura delle relazioni diplomatiche con Teheran allontana ulteriormente un possibile accordo.

Cosa succede ai produttori
L’Arabia Saudita, adesso, deve fare i conti con un taglio di budget per cercare di compensare il deficit del 15% del Pil. L’Fmi, addirittura, ha lanciato l’allarme per una potenziale bancarotta del Paese nei prossimi cinque anni, se non saranno introdotti cambiamenti alla politica economica. Anche Paesi e alleati come Giordania, Libano, Bahrain, Palestina ed Egitto che, finora, avevano beneficiato del supporto finanziario dell’Arabia Saudita, risentono dell’austerity di Riyadh. In Egitto, in particolare, il taglio dei fondi potrebbe avere conseguenze politiche e sociali.

Quanto alla Nigeria, il principale produttore africano, la Banca Mondiale stima che le vendite di greggio rappresentino il 75% delle ricchezze dello stato. Il nuovo governo, eletto lo scorso marzo, ha promesso un’iniezione di denaro a sostegno dei nigeriani più poveri (pari ai due terzi della popolazione) una promessa che, secondo alcuni osservatori, non sarà facile mantenere con il prezzo del petrolio al minimo. Al conto va aggiunto il fatto che la Nigeria, a differenza di altri Paesi esportatori, sta utilizzando le proprie riserve per mantenere stabile la valuta.

Le previsioni sono negative anche per la Russia: metà del budget dello stato, infatti, dipende dalle esportazioni di gas e petrolio e il rublo ha perso metà del proprio valore sul dollaro. Il 2016, dunque, potrebbe rivelarsi un anno particolarmente duro per il paese e per i suoi cittadini che devono fare i conti anche con un incremento dei prezzi dei prodotti al consumo.

Chi ha sentito il risparmio e chi no
Se i cittadini americani hanno beneficiato di un risparmio di circa 700 dollari l’anno grazie a un prezzo più basso del carburante (cosa che avvantaggia soprattutto le fasce meno abbienti della popolazione), l’80% del risparmio ha compensato l’aumento dei prezzi dei prodotti e dei servizi. Quelli che hanno pagato il prezzo più alto, però, sono stati i lavoratori dell’industria petrolifera che, solo nel 2015, ha perso 90mila posti di lavoro. In Canada, in una regione fortemente dipendente dal petrolio come l’Alberta, fra gennaio e giugno, i suicidi sono cresciuti del 30% in seguito alla disoccupazione e al rallentamento dell’economia.

Paradossalmente, in Venezuela, il calo del prezzo del petrolio potrebbe tradursi in un aumento del prezzo del carburante. Perché più cala il prezzo del greggio, più peggiorano le condizioni dell’economia venezuelana. Quindi, un greggio più economico significa anche meno risorse per la salute, l’educazione, l’edilizia sociale e il welfare e tasse più alte per i cittadini.

Le zone calde del mondo
Con la fine delle sanzioni occidentali, l’Iran ha intenzione di raddoppiare la produzione di petrolio a partire dalle prossime settimane. Nonostante il basso livello dei prezzi, gli iraniani sono fiduciosi, perché nel corso degli ultimi quattro anni in cui sono stati vittime delle sanzioni, l’economia ha avuto modo di diversificarsi nel settore manifatturiero, dell’information technology e agro-industriale. Le esportazioni di petrolio, infatti, rappresentano solo il 15% del Pil. 

In Libia, infine, la guerra civile ha impattato anche sul business del petrolio. Adesso, lo Stato Islamico controlla i pozzi di Sirte Basin; il Parlamento di Tobruck gestisce le riserve occidentali, mentre un altro parlamento tiene le redini della National Oil Corporation di Tripoli. Il caso è stato portato dalle parti davanti a un’alta corte londinese chiamata a dirimere la questione, ma per gli osservatori l’instabilità politica della Libia potrebbe rappresentare una variabile troppo pericolosa per continuare a fare business con il Paese.

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