Nasce Confimi, il paladino del manifatturiero

È una nuova associazione per difendere gli interessi di oltre 20 mila piccole imprese

Sace: 50 mln per breve termine pmi

Antonella Bersani

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Alla ricerca di una rappresentanza credibile e diretta. Al leit motiv ormai in Italia non sfugge più alcun settore: imprenditori in polemica con Confindustria e la politica, precari esclusi dalle rappresentanze sindacali, piccole e medie imprese stanche di dovere subire una politica economica tagliata su misura per le grandi aziende, spesso ex monopoliste.

In questo quadro si inserisce e si comprende anche l’entrata in scena di Confimi, associazione nata dalla fronda con Confapi e già in grado di rappresentare circa 20mila piccole imprese del nostro Paese, per un totale di 330 mila dipendenti e un fatturato aggregato che ruota attorno ai 70 miliardi di euro. L’associazione ha appena fatto la sua prima uscita ufficiale a Roma, presentandosi con una frase molto semplice: “Si parla tanto e troppo di innovazione. Ma un’azienda che produce martelli, cosa e come può innovare?”.

Già, come? Le parole del presidente Paolo Agnelli, lui stesso a capo di un gruppo nel settore dell’alluminio da 130 milioni di fatturato e 300 dipendenti, sono in realtà un invito alla concretezza. È davvero sufficiente riempirsi la bocca di start-up e innovazione di prodotto e processo quando le piccole imprese (il vero scheletro dell’economia italiana) subiscono il 35 per cento in più dei costi dell’energia rispetto ai competitor europei? Quando pagano ai dipendenti 100 e versando quasi 250 di tasse?

Insomma, quello di Confimi è un invito a guardare ai principi base della competizione sui mercati. E senza nemmeno citare lo spread e gli interessi bancari che ne conseguono. Sembra quasi una follia, eppure in Italia le imprese sono costrette a battagliare per i fondamentali . Il pane e l’acqua, non il caviale. Tanto che l’ambizione esplicita di Confimi è rappresentare il sistema manifatturiero italiano, arrivando al contratto unico di categoria: il punto di partenza da cui declinare i contratti territoriali, rispettando nelle proporzioni e nei contenuti la quantità e il tipo di ricchezza realmente prodotta in loco.

Il bisogno di rappresentanza costruttiva è così reale che attorno a Confimi sta ragionando anche Federmanager, l’associazione che riunisce i dirigenti d’Italia. Gli ex privilegiati che oggi pagano il costo alto della crisi e delle riduzioni del personale. Ma cosa significa davvero l’apertura ai manager? Che dopo le piccole arriveranno le medie aziende. Poi, chissà. Un puzzle che si costruisce non sullo scontento, ma sulla voglia di reagire . La dichiarazione d’intenti di Confimi (che comprende anche la busta paga trasparente, che renda consapevoli i dipendenti del reale costo del lavoro) ha già il sostegno delle Api (associazione piccole imprese) di Verona, Vicenza, Liguria, Umbria, Modena, Torino, Bergamo e infine anche Aniem, le 700mila piccole e medie imprese edili italiane (17 miliardi di fatturato) che stanno vivendo oggi una gravissima crisi.  “Non c’è più tempo per aspettare” è il grido d’allarme. Risultato: le piccole imprese (circa il 95 per cento in Italia) scendono in campo direttamente con un modello associativo autogestito, autofinanziato, snello, privo di burocrazia. Niente poltrone da distribuire (perché il potere corrompe chi ce l’ha) ma l’obiettivo  di costruire un sistema economico che permetta di competere, soinvolgendo anche i dipendenti in un nuovo modello di contrattazione che faccia piazza pulita anche della burocrazia (e dei privilegi sindacali). I fatti più recenti, da Pomigliano alla strenua difesa del posto fisso, dimostrano che non è utopia.

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