Economia

Comuni in fallimento

72 municipi sono sull'orlo del baratro, soprattutto al sud. Non solo piccole realtà. In bilico ci sono anche grandi città come Torino

Torino

Fabio Amendolara

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Bilanci pompati con crediti difficilmente esigibili e tagli alle entrate: sono le due voci principali che danno corpo alla crisi contabile dei Comuni italiani. Il dissesto, per un municipio, corrisponde in modo preciso alla dichiarazione di fallimento per un’impresa. E di Comuni colpiti dalla malattia da finanza allegra, a leggere la relazione della Sezione di controllo sugli enti della Corte dei conti depositata ad aprile, ce ne sono quasi in tutte le regioni d’Italia. Nel 2018 hanno registrato una grave criticità finanziaria 72 municipi (sette al Nord, sette al Centro e 58 tra Sud e Isole). Di questi, 42 sono in procedura di riequilibrio e 30 sono in fase di dissesto. Ben 379, poi, sono arrivati al dissesto passando per la procedura di riequilibrio (entrambe aperte nello stesso anno).

La popolazione interessata è di 1.540.296 abitanti (1.214.059 al Sud e Isole); 190.371 al Centro; e 135.866 al Nord. I Comuni di Terni e di Catania hanno un gran peso in questi numeri, perché insieme superano i 400 mila abitanti. Un contributo numerico arriva anche dai popolosi Comuni della Puglia (Lecce, Manfredonia e Andria, che insieme contano 250 mila abitanti) che sono in fase di riequilibrio. Ma il record è in Calabria: 41 dissesti e 54 riequilibri, per un totale quindi di 95 municipi coinvolti. A fine settembre 2018 nel capitolo dei dissesti si è aggiunta la città di Gioia Tauro. Reggio Calabria e Cosenza hanno avviato invece le procedure per il predissesto, secondo le norme introdotte nel 2012 dal governo Monti per fermare un’emorragia di risorse, soprattutto nel Mezzogiorno, che prevede un piano di risanamento di dieci anni, prolungati a 20 con la manovra 2018.
E tra i falliti c’è Vibo Valentia. Il viaggio di Panorama tra i bilanci in rosso comincia da qui. Piazza dei martiri d’Ungheria è la sede del palazzo di città. Qualche settimana fa nella rassegna stampa dei consiglieri comunali è stato inserito pure un titolo del sito web locale LacNews24 (la Calabria che fa notizia): «Un disastro che fa scuola». Tanto da finire in una ricerca elaborata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, che cita Vibo Valentia come «esempio emblematico» delle cattive pratiche. Ma se il dossier, frutto di un’analisi sulle maggiori criticità in materia di conti pubblici, ripercorre la strada che portò alla dichiarazione del primo dissesto, nel 2013, «è impressionate notare», sottolineano da LacNews24, «come la situazione da allora sia rimasta sostanzialmente identica, tanto che un nuovo default sembra ormai dietro l’angolo».

È stato proprio l’ex sindaco Elio Costa, sfiduciato dalla sua maggioranza poco più di un mese fa, ad aver ammesso che l’ipotesi del dissesto è concreta. Insomma, quando a dichiararlo pubblicamente è un primo cittadino, vuol dire che la situazione è irreversibile. Il commissario prefettizio gli ha già soffiato la poltrona e se dovesse avviare le procedure, così come pare, quello di Vibo Valentia si trasformerebbe in un caso unico in Italia, perché andrebbe a innestare un secondo default su quello del 2013 non ancora superato. E da allora il Comune non ha fatto nulla per cercare il riequilibrio finanziario. L’ex sindaco si è visto quindi costretto a certificare nero su bianco il fallimento dell’amministrazione che dal 2015 al 2017 ha chiuso i bilanci sempre in disavanzo. L’ultimo rendiconto approvato segna un deficit di 7,7 milioni di euro. «Paga per tutti il sindaco», commenta amareggiato Costa, «che del resto è il capo e la guida dell’amministrazione comunale. Paga anche per assessori e consiglieri che hanno condiviso la sua esperienza senza mai aprire gli occhi. Paga anche per gli inamovibili dirigenti dell’ente, le cui scelte, spesso contestatissime, hanno avuto un peso determinante nella vita della città».

E anche se al Nord le cose vanno decisamente meglio, la situazione è critica a Torino, città fortemente a rischio. Non sono bastati i tagli e le manovre da lacrime e sangue a mettere in sicurezza i conti ed evitare il predissesto della città guidata da Chiara Appendino. Hanno sortito poco effetto le sforbiciate sul personale, la riduzione dei finanziamenti per le attività culturali e i rincari sugli abbonamenti ai parcheggi. E con gli 80 milioni di euro in meno di finanziamenti statali il bilancio della città della Mole porterà con molta probabilità all’ennesimo ritocco delle tasse su case e rifiuti. L’Imu e la Tasi, le imposte sulle abitazioni, per esempio raggiungeranno l’aliquota massima del 10,6 per mille sia per i canoni concordati, con un aumento che ricadrà sul proprietario e sull’affittuario, sia per chi concede la propria seconda casa in modo gratuito a un parente (precedentemente l’aliquota era del 7,6 per mille). In soldoni la stima è questa: gli aumenti porteranno nelle casse cittadine 5 milioni di euro. Ma il provvedimento che toccherà le tasche di tutti i torinesi è quello sulla tassa rifiuti (la Tari) che, a prescindere dalla metratura, dall’Isee o dai componenti della famiglia, verrà ritoccata dello 0,69 per cento.
Ed è stato previsto perfino un ticket da 5 euro per l’entrata delle auto nell’area Ztl. Insomma, oltre ai casi di Roma, Messina, Milazzo, ormai balzati alle cronache, e quelli di Alessandria, Savona e Reggio Calabria citati dal ministro dell’Interno Matteo Salvini («Ci sono tanti altri sindaci che hanno i conti in difficoltà e mi hanno chiesto “perché noi no?”. O si aiutano tutti i Comuni in difficoltà o nessuno»), c’è un’Italia in profondo rosso che però fatica a lanciare l’allarme.

Si tratta di paesini, che quasi mai riescono a far sentire la loro voce fuori dalla provincia. A Bojano, 8 mila abitanti sulla carta, al centro del Molise, poco più di 20 minuti d’auto sia da Campobasso che da Isernia, per esempio, a gennaio si è insediata la commissione straordinaria di liquidazione che dovrà gestire l’estinzione dei debiti dell’ente. A pesare è stato quello da 11 milioni di euro con Molise acque (azienda fornitrice dell’acqua pubblica a rischio fallimento) che ha dato vita a un contezioso. E l’ombra di un altro procedimento milionario con un’impresa di costruzioni che ha effettuato dei lavori e non è stata liquidata agita in questi giorni l’amministrazione guidata dal sindaco Marco Di Biase. Anche qui servizi al minimo e tributi al massimo.

Stessa sorte per Partinico, 31.786 abitanti, nell’area metropolitana di Palermo. Un mese fa i commissari liquidatori si sono insediati nel municipio di piazza Umberto primo. Il crac finanziario e l’impossibilità a riequilibrare i conti dell’ente deriva da un buco triennale (2017-2019) di 4,5 milioni di euro che ha portato lo scorso anno alla dichiarazione di dissesto. Tappe obbligate sono state l’aumento dell’Imu e il taglio delle spese. Ma l’amministrazione comunale ci ha provato anche con la lotta all’evasione. Una delle voci pesanti sui bilanci, infatti, riguardava i crediti difficilmente esigibili. E, come se non bastasse, ad aggravare la situazione di stallo dell’ente, già provato dalla condizione finanziaria, ci ha pensato anche una grave crisi politica. Partinico viene già fuori da un commissariamento durato un anno e qualche giorno fa il sindaco Maurizio De Luca (che si è insediato nel giugno scorso), dopo diversi rimpasti in giunta, ha presentato le dimissioni. Difficile, a questo punto, che il Comune riesca a varare una manovra finanziaria per far quadrare i conti. Un cominato disposto, quello delle crisi politiche e di quelle finanziarie, comune a molti dei municipi italiani al default.
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