50 anni fa nasceva lo Statuto dei Lavoratori
(Ansa)
50 anni fa nasceva lo Statuto dei Lavoratori
Economia

50 anni fa nasceva lo Statuto dei Lavoratori

Rubrica: Portugal Street

50 anni fa oggi vedeva la luce lo Statuto dei Lavoratori mentre oggi si insedia la nuova Confindustria e si vede il cosiddetto decreto "Rilancio", quello che dovrebbe sostenere la fase 2 dell'emergenza economica. Avvenimenti tra loro distinti e distanti ma uniti da un sottile filo.

In questi giorni si sta celebrando -e giustamente- la piena maturità dello Statuto dei Lavoratori, una legge fondamentale per le relazioni industriali e il diritto del lavoro. Una legge diventata poi un totem monolitico, al di là delle stesse intenzioni del suo estensore -Gino Giugni-, e che ha assunto quasi il rango di legge costituzionale. E chi si è avvicinato nel tentativo di vivificarlo e renderlo duttile alle nuove dinamiche del mercato del lavoro, ne è rimasto fisicamente ucciso, oppure gravemente ferito, ed intellettualmente stigmatizzato come eversore dell'ordine - non è un caso che in questa stessa data oggi si commemori la figura di Massimo D'Antona ucciso delle BR anche lui per i suoi tentativi di riforma del diritto del lavoro.

Di questa eversione è stato accusato il primo e più compiuto tentativo di riforma tracciato nel 2001 da Marco Biagi, con la felice intuizione dello Statuto dei Lavori: riforme che non modificavano l'equilibrio del diritto a sfavore dei lavoratori bensì costruivano nuove modalità di protezione dello stesso. Eppure, lo stesso Gino Giugni nella sua esperienza come studioso, come parlamentare socialista ed infine come Ministro del Lavoro era convinto che quella costruzione normativa non poteva rimanere invariata nel tempo ma doveva essere adattata ad un mondo del lavoro che cambiava continuamente.

L'impronta del riformista che Giugni aveva in sé lo portava necessariamente in quella direzione; lo spirito innovatore e la sua visione anglosassone del lavoro che lo contraddistingueva nella sua opera intellettuale lo spingeva a trovare soluzioni diverse e a rompere totem consolidati (come non dimenticare la sua rottura sui "diritti acquisiti" in campo pensionistico ed anche il suo tentativo di modificare radicalmente l'art.18); il suo socialismo liberale e deamicisiano lo rendeva fautore di un dialogo sociale avanzato di cui il "sindacato fosse protagonista e non antagonista" -come affermò Bettino Craxi in una intervista- e le imprese capaci di valorizzare il capitale umano dei lavoratori. Stupisce, quindi, che nei contributi fioriti in questi giorni, si continui a considerare lo Statuto dei Lavoratori immutabile e i suoi volenterosi riformatori come biechi eversori dell'ordine pubblico, al servizio del capitalismo feroce e sfruttatore. Una immagine che dovrebbe essere molta e sepolta e che nel passato ha fatto troppe vittime. E qui si inserisce il collegamento con la Confindustria che si insedia oggi e che molte aspettative sta suscitando.

L'Italia è un Paese provato e sull'orlo dell'abisso. La sua struttura economica attraversa una crisi pericolosa che potrebbe compromettere seriamente tutte le imprese. La sua struttura sociale è attraversata da storiche e nuove fratture che compromettono la coesione. Il pregiudizio industriale non è mai stato così forte come in questi ultimi mesi, asserragliato nei palazzi del potere come fossero l'ultima tradotta per vincere una battaglia che la storia ha già fatto perdere. L'organizzazione degli industriali deve ribaltare questo clima, deve proporre un modello di sviluppo al Paese, deve ristabilire le vere finalità dell'intervento dello Stato in economia, deve porre produttività, competitività e benessere al centro della sua azione.

Che questa sia una azione di parte, che rappresenta interessi evidenti nel Paese è naturale ma è altrettanto naturale che senza di essa non si può immaginare un modello di sviluppo proiettato nel XXI° secolo. E questo messaggio deve passare attraverso alcuni simboli, non ideologici ma di reale esecutività ed attuazione: nuova contrattazione, legata ai luoghi di lavoro, alla produttività, alla professionalità che produca salario e valore aggiunto; nuovo diritto del lavoro, con minori vincoli generali, con obblighi legati alla nuova realtà del lavoro, con tutele legate ad una persona/lavoratore in linea con il nuovo mondo; nuove regole per l'attività economica, semplici, chiare e trasparenti; nuovo sistema fiscale e contributivo, con aliquote più basse e più dirette ad aiutare la ricchezza a produrre altra ricchezza e quindi protezione sociale; politiche per aiutare la presenza delle nostre imprese nel mondo e per attrarre capitali in Italia; ruolo dello Stato nell'economia definito e non soggetto a regole discrezionali per cui la politica decide come e a chi distribuire capitali ed sostegno. Una radicale nuova impostazione per un Paese che diventa diverso e moderno. Giusta quindi l'idea di una nuova visione dell'economia e del lavoro che passi attraverso una elaborazione culturale (Libro Verde o Libro bianco che sia) e che ribalti profondamente le visioni (o meglio le non visioni) che oggi sono nella politica. E che parta, per essere pregnanti, da un attento esame di quel decreto "Rilancio", quasi due leggi di bilancio, che oggi vede ufficialmente la luce e che segnerà la nostra economia sia nel breve sia nel medio-lungo periodo. Se passerà anche dalla revisione dello Statuto dei Lavoratori sarà il tentativo di una rivoluzione completa.

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