La Cina rallenta, ecco chi ci perde e chi ci guadagna

La popolazione dovrà fare sacrifici per mantenere la stabilità, e l'Occidente dovrà fare attenzione a investire nei settori giusti, come finanza e welfare

(Credits: PETER PARKS/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Nel secondo trimestre del 2013 il Prodotto interno lordo della Repubblica popolare cinese è cresciuto del 7,5%. Segnando l'ennesimo rallentamento rispetto ai dati relativi al primo trimestre dell'anno, quando il Pil è cresciuto del 7,7%. In compenso, è cresciuta l'inflazione, pari oggi al 2,7%.

Cosa sta succedendo in Cina? Quello registrato nel primo semestre di quest'anno è senza dubbio un rallentamento preoccupante, già preannunciato dai dati negativi sulle esportazioni (nel mese di giugno hanno subito una contrazione del 3%, a fronte di previsioni che ne avevano stimato un aumento del 4%), e il Governo è talmente consapevole del fatto che l'economia nazionale potrebbe subire nuove frenate che il Ministro delle Finanze Lou Jiwei ha messo le mani avanti spiegando ai cinesi e ai mercati internazionali che mantenere una crescita del 7% nel 2013 non sarebbe poi così male, ne' pericoloso o preoccupante per la tenuta della nazione. 

Ormai anche i muri sanno che la Cina non sta più crescendo molto velocemente perché a causa della crisi finanziaria internazionale che ha messo in difficoltà le economie dell'Occidente queste ultime hanno smesso di importare, costringendo la Repubblica popolare a produrre di meno, o a cercare di stimolare i consumi interni per sopperire al crollo della domanda e garantire stabilità, benessere e sviluppo (per quanto sarebbe opportuno tenere presente che i beni che i cinesi possono o vogliono consumare sono molto diversi da quelli che per anni il Paese ha spedito nel mondo sviluppato).      

Più difficile capire come la Cina voglia raggiungere questo ambizioso obiettivo di lungo periodo, se il Governo è davvero pronto a tutto pur di riuscirci, e che effetti questa maxi-ristrutturazione provocherà sui mercati internazionali. La chiave per farlo, però, sta proprio nell'orizzonte temporale che il Governo di Xi Jinping si è dato: il lungo periodo. Un approccio che presuppone che ci saranno dei problemi nel breve, e non così irrilevanti.

I cinesi sanno che se l'Occidente non acquista le loro produzioni le fabbriche chiudono e loro restano senza lavoro. Così come sanno che se i cinesi si impoveriscono alberghi e ristoranti recentemente costruiti in ogni angolo di questa immensa nazione rimarranno vuoti. E come hanno sempre fatto dal 1949 ad oggi, si aspettano che sia il Partito a trovare per loro una soluzione. Rapida, efficace, e indolore.

Ebbene, questa volta non sarà possibile. Non solo perché il Governo non ha intenzione di intervenire, come ha fatto nel 2008, con un maxi-pacchetto di stimoli (cinque anni fa ha investito ben quattromila miliardi di yuan, più di 470 miliardi di euro, per sostenere i mercati), ma, soprattutto, perché pare disposto a sacrificare alcuni interessi e a costringere una fetta della popolazione a fare sacrifici pur di riuscire a ottenere qualche risultato concreto. 

Il resto del mondo, quindi, cosa deve aspettarsi dalla Cina? Per quanto lo abbia sempre fatto, Pechino sarà oggi ancora più concentrata su interessi e priorità nazionali. Ancora, chi vende in Cina, dalle materie prime ai semi-lavorati, potrebbe dover far fronte a una riduzione più o meno netta degli approvvigionamenti. Infine, chi investe in questo paese potrebbe essere colpito da restrizioni di vario genere qualora operi in settori in cui la Repubblica popolare ha ora deciso di investire e rafforzarsi. E per quanto sia difficile prevedere con certezza quali questi potrebbero essere, è realistico dedurre che la Cina potrà scommettere su produzioni tecnologicamente poco avanzate, convinta di aver acquisito il know how per farlo nei decenni in cui ha potuto beneficiare delle delocalizzazioni occidentali, ma anche che per Europa e Stati Uniti continuerà ad esserci spazio laddove la Repubblica popolare non è (ancora) in grado di muoversi autonomamente. Quindi infrastrutture, tecnologie, industria farmaceutica, banche e servizi di welfare. 

 
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