Cina, niente crisi e redditi più alti per tutti

Secondo uno studio di Morgan Stanley, la Repubblica popolare sta facendo le scelte giuste ed è destinata a diventare sempre più ricca

Capodanno cinese 2017

24 gennaio 2017. Lanterne rosse appese a un albero in preparazione dei festeggiamenti per il capodanno lunare a Pechino, in Cina. – Credits: FRED DUFOUR/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Secondo una ricerca appena pubblicata da Morgan Stanley e ripresa da Bloomberg, la Cina dovrebbe riuscire ad evitare una crisi finanziaria e continuare nel suo percorso di crescita. Ciò le consentirebbe di diventare un Paese ad alto livello di reddito individuale in meno di dieci anni. Secondo la Banca Mondiale, per livello di reddito alto si intendono almeno 12.476 dollari. Lo studio prevede che il reddito pro-capite possa passare dagli attuali 8.100 dollari annui a 12.900 dollari nel 2027: un passo avanti davvero significativo, specie per un Paese la cui popolazione fino a non molti anni fa viveva in condizioni di estrema povertà. Una volta raggiunto questo risultato, la Repubblica Popolare diventerà uno dei pochissimi paesi, insieme a Corea del Sud e Polonia, con una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti ad essere riuscito a ottenere un'espansione del reddito così ampia negli ultimi trent'anni.

Le ragioni dell'ottimismo di Morgan Stanley

Lo studio va controcorrente rispetto a quelle voci di analisti che ritengono che la Cina abbia davanti ostacoli molto difficili da superare, a partire dalla crescita del debito, per proseguire con il rischio di una guerra commerciale con gli Stati Uniti e con le numerose riforme interne ancora in cantiere. Morgan Stanley non nasconde che il tasso di crescita del Pil non potrà essere rapido come in passato (si presagisce un tasso medio annuo del 4,6%, metà rispetto al 9,1% degli ultimi decenni) e che risultato sarà raggiunto solamente se a Pechino saranno in grado di affrontare il problema del debito: senza una soluzione efficace alla crescita dell'indebitamento, infatti, la Cina rischia di ritrovarsi in una situazione simile a quella che ha portato il Giappone alla stagnazione. Oggi lo stock di debito complessivo, che unisce quello pubblico a quello privato, ha raggiunto l'impressionante quota del 279% del Pil (era il 149% dieci anni fa, nel 2007) ed è diventato davvero urgente intervenire.

Gli effetti positivi della privatizzazione

Altra precondizione per continuare nel percorso di crescita sarà quella di abbandonare il modello basato su imprese pubbliche poco efficienti per lasciare spazio ai privati anche in settori come l'assistenza sanitaria e l'istruzione. Ci sono già segnali positivi importanti che indicano come Pechino stia andando nella direzione giusta. Gli analisti di Morgan Stanley mettono infatti in luce come la leadership cinese abbia abbandonato la linea di stimolare una crescita a tasso elevato a tutti i costi e si stia muovendo nella consapevolezza di dover creare una rete di protezione nei confronti di possibili shock finanziari e adottare misure che prevengano la formazione di bolle speculative. Forte di ingenti riserve in valuta straniera, di un bilancio delle partite correnti in attivo e di un tasso di inflazione sotto controllo, l'economia cinese può davvero avviarsi a tagliare un altro traguardo storico, dopo gli stupefacenti risultati inanellati da quanto Pechino ha nei fatti abbracciato una strategia di sviluppo basata su capitalismo e libero mercato, seppur con connotazioni specifiche.

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