La Cina del futuro? Ricca ed efficiente

E' questo il messaggio con cui il Partito vuole convincere il popolo che tutti i problemi (economici) sono stati risolti

(Credits: AP Photo/Andy Wong)

Claudia Astarita

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I cinesi sembrano essere impazziti. Tutti, ormai, discutono di riforme (al punto che qualsiasi provvedimento, indipendentemente dall'impatto che può avere sul mercato, viene etichettato come "riforma"), e del fatto che senza un profondo rinnovamento la Repubblica popolare rischi il collasso.

Il vero problema però è un altro: come si può evitare che questo terribile scenario si concretizzi? Perché è questa la domanda a cui politici e analisti dovrebbero rispondere… E invece,  forse perché in un regime autoritario come quello cinese un'opinione troppo fuori dagli schemi può essere letale, nessuno (o quasi) si sbilancia.

E' proprio questa assenza di proposte concrete che ha trasformato quella di Yu Jianrong in un vero e proprio tormentone. Twittato e ritwittato milioni di volte su Sina Weibo e su tanti altri social network accessibili nella Repubblica popolare. Il punto di vista dell'economista della Chinese Academy of Social Sciences ha conquistato tutto il paese per due motivi: anzitutto perché risponde a una domanda che da troppo tempo gli addetti ai lavori cercano di evitare. E poi perché il suo disegno non si limita a rassicurare chi teme che la Cina rischi di perdere la gara per la leadership economica globale, ma descrive un modello che permetterà a Pechino di "essere ammirata in tutto il mondo". Un dettaglio che ha ovviamente permesso a Yu Jianrong di superare facilmente ogni tipo di censura.

I punti di partenza del suo progetto sono tre: saranno necessari almeno dieci anni per completare il processo di trasformazione; il modello cinese non ricorderà neanche lontanamente quello multipartitico occidentale; e l'obiettivo finale dovrebbe essere quello di formare una classe amministrativa efficiente, eliminare ogni forma di corruzione, creare un sistema di giustizia sociale sostenibile, e garantire un elevato tasso di crescita economica.

Pura utopia? Secondo il professore cinese no. A patto che la sua brillante ricetta, che si articola su due fasi, venga rispettata punto per punto. Analizziamone i dettagli.

Fase uno, ottobre 2012 – dicembre 2015:

1) Assistenza di base: riconoscimento della proprietà della terra, garanzia di standard minimi di welfare per le fasce più povere della popolazione, riforma dell'hukou (il sistema cinese della residenza che svantaggia i lavoratori migranti, impedendo loro di trasferirla dal paese di origine a quello in cui vanno a lavorare).

2) Implementazione di un sistema di pesi e contrappesi che rimodelli l'intero sistema giudiziario permettendo di cancellare l'attuale (inefficiente) sistema delle petizioni e di chiudere i campi di rieducazione.

3) Libertà di stampa e di espressione, per aumentare il più possibile la trasparenza.

4) Sviluppo e rafforzamento della società civile, con un occhio di riguardo per la protezione delle organizzazioni religiose.

Fase due, gennaio 2016 – settembre 2022:

1) Riforme governative, tra cui l'introduzione di (ristrettissime) elezioni per decidere chi occuperà le cariche istituzionali di più alto profilo e l'inserimento di un rapporto subordinato tra i governi delle città cinesi e una nuova autorità (tutta da creare) che possa garantire efficienza, imparzialità e trasparenza.

2) Apertura della società, ponendosi l'obiettivo di garantire, prima o poi, una reale libertà di stampa nonché la formazione di partiti politici indipendenti .

Che il punto di vista di Yu Jianrong coincida con quello del rapporto della Banca Mondiale intitolato "China 2030: Building a Modern, Harmonious, and Creative High-Income Society" non stupisce. Ben più sorprendente è che l'autore di un progetto apparentemente tanto irrealistico lavori in un think thank legato al Partito. Forse Xi Jinping & co. hanno deciso di dismettere definitivamente i loro panni conservatori per il bene della Cina? Difficile da credere. Al contrario, il successo del modello del professore dimostra che, forse, a forza di parlare di riforme come se Pechino fosse sul punto di approvarne di rivoluzionarie i cinesi si sono convinti che questo stia realmente accadendo. Una certezza che potrebbe indurli a non occuparsene più, proprio come desidera il Partito, che smetterebbe così di sentirsi sotto pressione!

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