Economia

A che servono (se servono) i dazi di Trump

Perché il protezionismo del presidente americano potrebbe danneggiare gli stessi Stati Uniti, con meno crescita e più inflazione

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Andrea Telara

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Se ci fosse ancora David Ricardo, grande economista che visse alla fine del 18esimo secolo e teorizzò la bontà del libero scambio nei commerci internazionali, di sicuro gli avrebbe chiesto di cambiare rotta. Ma il presidente statunitense Donald Trump non sembra intenzionato ad arretrare di un millimetro: come aveva promesso in campagna elettorale, imporrà una lunga sfilza di dazi doganali sulle merci  in arrivo dalla Cina, per un valore calcolato nell'ordine di circa 60 miliardi di dollari all'anno.

Trump ha scelto dunque la strada del  protezionismo e del mercantilismo, teoria economica invisa a Ricardo e diffusasi in Europa tra il 16esimo e 17esimo secolo, che misurava la potenza delle nazioni in base all’entità del loro saldo tra import ed export.

Proprio per ridare forza alla potenza commerciale statunitense  e contrastare le importazioni dalla Cina, il neomercantilista Trump ha deciso di imporre balzelli più salati sulle merci in arrivo dalla Repubblica Popolare. L'Europa per il momento non viene colpita duramente anche se, nelle scorse settimane, pure  il Vecchio Continente è entrato nel mirino dell'amministrazione di Washington, che ha deciso di mettere nuovi dazi sull'acciaio e l'alluminio provenienti dai mercati esteri.


Rischio ritorsioni

Ma dove può portare la strategia della Casa Bianca? Nelle ultime settimane, gli economisti hanno fatto a gara a criticare la politica commerciale di Trump. Il premio Nobel Paul Krugman, che pure non è un fan sfegatato del libero scambio senza freni, ha definito i dazi del presidente una “stupidità senza pari”.  Le ragioni che stanno alla base delle critiche degli economisti sono diverse, ma ve n'è una su tutte.  C'è il rischio piuttosto concreto che, di fronte ai dazi statunitensi, gli altri paesi non se ne stiano con le mani in mano ma facciano subito delle ritorsioni, mettendo anche loro dei balzelli sui beni importati dagli Usa.

Non a caso il governo di Pechino ha subito minacciato di prendere misure risolute per difendere  i propri interessi. C'è dunque il rischio che scoppi una guerra commerciale, il cui esito  è del tutto imprevedibile. Ma c'è un'altra ragione che spinge diversi osservatori a criticare Trump. Alla lunga, oltre che dannosi per tutto il commercio internazionale, i dazi americani potrebbero rivelarsi un boomerang per gli stessi Stati Uniti.

Tra inflazione e carotassi

“Gli economisti dicono che aprire una guerra commerciale rappresenta una decisione sbagliata in ogni circostanza, ma farlo per stimolare un’economia che gira già quasi a pieno regime è ancora peggio”, sostiene Lukas Daalder, chief investment officer della casa d'investimenti Robeco.  

E' vero infatti che i dazi possono avvantaggiare i produttori interni di certe categorie di beni, salvaguardando nel breve termine un po' di posti di lavoro in questo o quel settore. Tuttavia, secondo il manager di Robeco, gli stessi dazi possono dare contemporaneamente una spinta all'inflazione, poiché fanno crescere i prezzi delle merci importate, soprattutto quelle per le quali la produzione nazionale non è in grado di soddisfare tutta la domanda interna.

Un balzo carovita, tra l'altro, arriverebbe in un momento in cui negli Stati Uniti, dopo anni di crescita economica c'è una spinta all'insù dei salari. “Le retribuzioni in fase crescente e un’inflazione più elevata, legata in parte anche all’inasprimento dei dazi, costringeranno sicuramente la Federal Reserve (la banca centrale americana n.d.r)  a innalzare i tassi con maggiore aggressività”, aggiunge  Daalder.

Dello stesso parere è anche Keith Wade, capo economista della casa di gestione britannica Schroders che dice: “Ci aspettiamo quattro aumenti dei tassi quest’anno e due il prossimo. I dazi più elevati potrebbero complicare il quadro, alimentando l’inflazione e indebolendo la crescita”. Mentre un po’ di made in Usa viene salvaguardato, insomma, tutta l'economia americana rischia di tirare il freno”.

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