Economia

Brexit: chi pagherà il prezzo più alto

Non solo Gran Bretagna. Ecco come la decisione di uscire dalla UE impatterà sull'intera economia europea. E non solo

EU Referendum - Signage And Symbols

Brexit 2016: la Gran Bretagna ha votato per l'uscita dall'Ue – Credits: getty images

Secondo il Washington Post, il voto del referendum britannico rappresenta il più significativo passo indietro fatto in Europa negli ultimi sessant'anni. Il voto, non solo allontana la possibilità di un'unione ancora più stretta, ma mette vento nelle vele del nazionalismo che sta attraversando il mondo occidentale.

Per spiegare lo scenario, il quotidiano chiama in causa le teorie del politologo statunitense Francis Fukuyama, autore del saggio La fine della storia, che dipinge il capitalismo democratico come la destinazione definitiva dell'ordine globale.

Il capitalismo democratico, infatti, ha sconfitto il comunismo e si è imposto su qualsiasi altra ideologia. Fino all'avvento della Brexit, si pensava che, se le democrazie lavorano insieme, il futuro è fatto di competizione, ma non di conflitti. I dazi scendono, i soldi attraversano i confini per raggiungere destinazioni dove sono più necessari e anche i lavoratori fanno lo stesso.

Sempre secondo Fukuyama, questa dinamica fa sì significa che i governi e le persone si assomiglino sempre di più. I cittadini, in particolare, evolvono in consumatori cosmopoliti che vivono in stati senza nazionalismi.

I limiti del capitalismo finanziario

La teoria dell'ordine liberale internazionale ha retto per lungo tempo, ma a un'analisi approfondita e alla luce degli ultimi fatti, il capitalismo finanziario ha dimostrato le sue mancanze. I soldi viaggiano da un paese all'altro alla velocità di un click, ma il passaggio del capitale è caratterizzato da un ciclo economico di boom e di bolle.

E se il capitalismo globale è riuscito a togliere dalla povertà centinaia di milioni di persone nel mondo, non si può dire che abbia portato benefici di analoga magnitudine ai lavoratori dei ricchi paesi occidentali che hanno visto il loro reddito calare progressivamente dalla caduta del Muro di Berlino in avanti, mentre si sono trovati a competere con i lavoratori cinesi, indiani e indonesiani che hanno cominciato a entrare nel mercato globale.

In pratica, chi ha perso di più dalla globalizzazione sono le classi lavoratrici dei paesi occidentali che l'hanno promossa e questo, secondo il quotidiano, spiega con uno sguardo macroeconomico le radici del voto del 23 giugno. Questa formula economica, alla fine, si è rivelata una polveriera politica. Se i lavoratori dei paesi ricchi perdono terreno anche quando l'economia va bene, cosa succede quando vengono colpiti da una delle crisi finanziarie dell'economia globale che, periodicamente, si ripetono?

La risposta è l'emergere di partiti populisti che hanno accentrato sugli immigrati le ire dei lavoratori. Il loro antagonismo riflette l'ansia per l'economia, la paura culturale e anche un risentimento razziale. Mentre perdono terreno, i lavoratori temono che gli immigrati li possano deprivare anche di qualcosa che il mercato- in realtà - non può toccare, cioè l'identità nazionale.

Non è dunque una sorpresa il risultato del referendum. La vera sorpresa, secondo il quotidiano americano, è che il voto per l'uscita dall'Unione sia arrivato dal Regno Unito che, non avendo adottato l'euro, è rimasto al riparto dai rimbalzi negativi della recessione.

Chi ne pagherà il prezzo

Londra ne pagherà il prezzo. Senza una accordo commerciale favorevole come l'attuale, il paese corre il rischio di rimanere permanentemente povero, mentre l'incertezza sugli accordi potrebbe bloccare gli investimenti e spingere il mercato in recessione. Ma le conseguenze politiche del voto potranno abbattersi anche sull'economia più allargata.

La questione, dunque, è se il resto dell'Unione Europea seguirà quello che è successo oltremanica. Se i populismi di estrema destra, insomma, riusciranno a raccogliere il consenso necessario, potrebbero distruggere il mercato comune, trascinando con sé altri mercati con l'aggravante, però, che gli altri Paesi europei posseggono l'euro e, dunque, dovrebbero riconvertire le loro economie in valute che non esistono più e il cui valore è molto distante da quello attuale.

La preoccupazione è reale e questo dimostra perché le borse tedesche, francesi, spagnole e italiane hanno perso molto di più rispetto a quella di Londra. Quindi, il nuovo inizio del Regno Unito potrebbe rappresentare la fine per molte cose: per l'Unione Europea, la moneta unica, l'unità del Regno Unito stesso, ma anche l'integrazione economica mondiale.

L'Europa ha le sue responsabilità: negli ultimi anni non ha tranquillizzato i suoi cittadini preoccupati e, fin da principio, ha ignorato i suggerimenti degli economisti che avevano messo in guardia dalla creazione di una unione monetaria senza un'unione fiscale. A questo, si è aggiunto un secondo errore: invece di prendere atto del problema, Bruxelles ha biasimato i governi per i conti che non tornavano e li ha convinti che i tagli avrebbero rimesso in sesto i bilanci e fatto ripartire l'economia.

Il sistema, dunque, ha creato molti problemi ma è difficile immaginare un'alternativa migliore di quella che, finora, ha permesso a molti paesi di uscire dalla povertà e di crescere. È per queste ragioni, dunque, che costruire solide reti di salvataggio per chi perde dalla globalizzazione potrebbe essere una strategia migliore per il futuro.

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