Economia

Brexit: tutti gli scenari ipotizzabili

Dopo l'accordo la parola al referendum. In caso di uscita sono attese e minor crescita, esodo di lavoratori, perdita della leadership finanziaria

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Il primo ministro inglese David Cameron – Credits: Dan Kitwood/Getty Images

L'accordo fra il primo ministro David Cameron e i rappresentanti dell'Ue è stato raggiunto nella serata di ieri. Le clausole sono tre: il Regno Unito si svincola dalla partecipazione a un'Unione "sempre più stretta", dalla moneta unica e dal dovere di estendere i benefici del welfare ai migranti per i prossimi sette anni.

David Cameron ha annunciato che userà l'accordo per sostenere la permanenza in Europa, ma la partita, in attesa del referendum di giugno, non è ancora chiusa. Nessuno, infatti, sa cosa succederà con il voto. L'unica cosa certa è che la pronuncia dei sudditi di sua Maestà avrà ripercussioni economiche e politiche su entrambi i lati della Manica.

Le variabili economiche

Gli economisti britannici, interpellati dal Financial Times, sono convinti che l'uscita dall'Ue non porterà a una crescita dell'economia britannica. Per il 67% le cose andranno peggio nel 2016 e per il 76% lo stesso avverrà nel medio termine. L'uscita ridurrà le esportazioni dal Regno Unito e renderà le importazioni più onerose. Quanto?

Dipenderà dall'entità dell'isolamento commerciale del Paese, ma l'impatto negativo sul Pil pro capite potrebbe arrivare a una mancata crescita del 3% nel 2030, rispetto all'andamento stimato senza Brexit. Se nel conto entrano anche gli effetti dinamici dell'integrazione economica, il dato negativo potrebbe salire al 14%.

Citigroup, inoltre, teme che gli effetti cumulativi di Brexit potrebbero ridimensionare la crescita del Pil del 4% nei prossimi tre anni. Altri analisti, invece, fanno notare che la fuga dei capitali impatterebbe negativamente anche sul valore della sterlina, sull'inflazione e sulle politiche monetarie.

Il mondo del lavoro

Quanto al mondo del lavoro, se dovesse esserci una Brexit, ci vorranno circa due anni per rinegoziare le clausole per la circolazione delle merci e dei lavoratori. I sostenitori dell'uscita dalla Ue ritengono che, complice un surplus nella bilancia dei pagamenti, Bruxelles abbia ogni interesse per assicurare la continuazione nello scambio di beni e servizi, ma l'Europa non ha alcun vantaggio nella creazione di un precedente nella fuoriuscita di un Paese.

Inoltre, come è già successo con la Norvegia e la Svizzera, la circolazione delle merci può essere una variabile negoziale utilizzata per far accettare anche la libera circolazione dei lavoratori. A questo proposito, non bisogna dimenticare che impedire la circolazione dei lavoratori significherebbe un inferno burocratico, considerato che nel Regno Unito operano tre milioni di lavori stranieri che, a questo punto, avrebbero bisogno di un visto o un permesso di lavoro.

Ma non finisce qui. Impedendo la circolazione dei lavoratori, Londra farebbe un grosso favore a Parigi che potrebbe assumere il ruolo di capitale finanziaria d'Europa. La banca d'affari Hsbc, per esempio, ha già ipotizzato la rilocalizzazione di un migliaio di lavoratori sui cinquemila operanti a Londra e Goldman Sachs prevede che l'uscita dall'Unione europea potrebbe mettere in discussione complessivamente 3-4 milioni di posti di lavoro.

Il Regno Unito, inoltre, sarebbe vittima di un'emorragia di cervelli. Il Paese, infatti, riceve circa il 25% dei finanziamenti del Consiglio Europeo per la Ricerca, riferisce The Independent: allontanarsi dall'Unione Europea, avrebbe conseguenze profonde e a lungo termine anche sul fronte dell'innovazione, con un esodo senza precedenti di ricercatori scientifici.

Le conseguenze politiche

Nel conto vanno anche le conseguenze politiche, qualsiasi scelta degli elettori, infatti, avrà riverberi sul fronte interno. L'Irlanda, ricorda The Economist, avrebbe tutto da guadagnare da una chiusura di Londra, perchè potrebbe catalizzare ulteriori investimenti da parte delle multinazionali. In Scozia, invece, un voto a favore della permanenza nell'Ue, potrebbe accelerare le richieste di indipendenza.

Gli effetti per la Ue

Considerato che l'economia britannica è strettamente collegata a quella della Ue (oltre il 50% delle esportazioni è diretto all'Ue, come il 50% delle importazione arriva da paesi dell'Unione europea), le conseguenze si farebbero sentire anche in Europa, ma in misura molto contenuta: dallo 0,1 allo 0,4% del Pil, con alcuni Paesi più esposti di altri.

È quanto emerge da uno studio firmato dalla Fondazione Bertelsmann. Mentre Londra sarebbe sollevata dal pagamento dei contribuiti a Bruxelles che, nel 2013, hanno toccato 8,64 miliardi di euro, pari allo 0,5% del Pil britannico, gli stati membri dovrebbero contribuire di maggiormente al budget dell'Unione.

I costi per la Germania crescerebbero di circa 2,5 miliardi di euro; quelli per la Francia di 1,9 miliardi, per l'Italia di 1,4 e per la Spagna di 0,9. Sull'altro lato della Manica, l'addio di Londra potrebbe rappresentare una seria ipoteca per una più forte idea di Europa, perchè avvantaggerebbe i movimenti anti-euro.

Per contro, la fuoriuscita di una voce dissidente – come quella di Londra – che non ha mai voluto una vera integrazione europea, osserva Europe1, potrebbe favorire l'avanzamento del governo europeo sul fronte della difesa e di un sistema fiscale unitario.

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