Borse cinesi: i motivi del crollo che non finirà presto

Pechino è sempre più integrata nei mercati mondiali, e questi ultimi non hanno ancora individuato un nuovo assetto che li renda stabili

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Banconote da 100 yuan – Credits: STR/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Un paio di giorni fa in appena mezz'ora la Borsa di Shanghai ha registrato perdite per il 7 per cento e le borse di tutto il mondo, a ruota, sono crollate.

Cosa sta succedendo? Per cercare di inquadrare bene il problema cinese e provare a ipotizzare cosa possiamo aspettarci per il prossimo futuro è necessario procedere per gradi.

Yuan, la variabile più importante

L'elemento più importante da tenere d’occhio è certamente l'andamento dello yuan, la valuta cinese, che è stata progressivamente svalutata ed è oggi ai minimi da cinque anni. Il motivo? La crescita economica che non riparte. La situazione non è ancora così grave da minacciare un crollo, ma visto che la Repubblica popolare è un paese grande e complesso, e visto che le riforme procedono molto più lentamente di quanto i membri del Politburo avessero immaginato, il governo ha probabilmente deciso di "coprirsi le spalle" svalutando la moneta nazionale quanto basta per aumentare la competitività dei prodotti cinesi e dare quindi una spinta alle esportazioni.

In pratica, da quando è scoppiata la crisi economica nel 2008 Pechino ha cercato di "approfittare" della situazione per trasformare la sua economia, la cui crescita era stata fino a quel momento trainata dalle esportazioni, in un sistema sostenuto dalla domanda interna. A sette anni di distanza, si sta rendendo conto che i risultati su cui aveva puntato non sono arrivati, per tanti motivi diversi: le esportazioni hanno rallentato più del previsto, i cinesi hanno continuato a risparmiare (la Repubblica popolare è uno dei paesi con il tasso di risparmio più alto al mondo), le tasse sono rimaste troppo alte quindi tanti beni di consumo non sono realmente diventati alla portata di tutti, e il tasso di disoccupazione è aumentato, altro elemento che crea incertezza.

In questo contesto, e con previsioni di crescita che vengono continuamente riviste al ribasso (in un anno siamo passati dal 7,5 al 6,7 con fonti interne alla Cina, è bene ricordarlo, che parlano addirittura di una crescita reale che non riuscirà a superare il 3-4 per cento), l'ultima carta da giocare è rimasta quella delle esportazioni. Ecco quindi perché, per favorirne la ripresa, lo yuan è stato svalutato più volte in un periodo di tempo piuttosto ridotto.

Perché la svalutazione dello yuan fa crollare le borse

Paradossalmente, è più facile capire perché il crollo in Cina ha travolto anche le borse del resto del mondo che le ragioni che lo hanno provocato. L'ennesimo scivolone di Shanghai (-7%) e Shenzhen (-8), lo yuan che perde valore, la Cina che rallenta, i timori di una guerra tra Iran e Arabia Saudita, il prezzo del petrolio che è inevitabilmente destinato a diminuire (non fosse altro per il prossimo inserimento dei barili iraniani sui mercati di tutto il mondo reso possibile dall'accordo sul nucleare tra Teheran e Washington), sono tutte variabili che aumentano le incertezze sui mercati finanziari inducendo quindi gli investitori a vendere.

Perché tutto parte dalla Cina

Tuttavia, dal momento che la Repubblica popolare è responsabile per il 17 per cento delle attività economiche su scala globale, è fondamentale fare uno sforzo in più per capire meglio cosa sta succedendo in Oriente. In questo caso, però, quello che deve interessarci non è tanto (o meglio, non è solo) l'andamento dell'economia cinese, quanto gli effetti di lungo periodo della globalizzazione. Il fatto che la Cina sia finalmente riuscita a inserirsi nei circuiti monetari globali, che abbia iniziato a liberalizzare, che il Fondo Monetario Internazionale abbia riconosciuto i suoi progressi inserendo lo yuan nel paniere delle valute di riserva, ha comportato anche un significativo aumento dei flussi di capitali che si spostano da un capo all'altro del mondo, aumentando, inevitabilmente, la volatilità delle borse. Nel caso specifico, i capitali sono volati via dalla Cina soprattutto a causa della perdita di valore dello yuan, che ha innescato vendite a catena che, a loro volta, hanno fatto oscillare le borse asiatiche e spaventato il resto del mondo.

Perché il meccanismo che blocca automaticamente le transazioni non ha funzionato

Dopo i problemi in borsa di qualche mese fa, la Cina aveva messo a punto un nuovo meccanismo, noto come circuit breaker, per bloccare immediatamente le transazioni in caso di pericolo, prevenendo gli eccessi di ribasso o di rialzo dei titoli all'interno delle singole sedute permettendo quindi, in teoria, di regolare meglio il mercato. Eppure, i crolli degli ultimi giorni hanno dimostrato che un sistema di questo tipo non fa altro che aumentare il panico degli investitori, portandoli a vendere di più e prima del tempo nell'ansia che il governo impedisca poi loro di farlo. Ebbene, questa settimana Pechino si è ritrovata costretta a sospendere il circuit breaker, sostituendolo con nuovi tipi di limitazioni che non è detto funzioneranno.

Cosa possiamo aspettarci per il futuro e come conviene comportarsi

Molti analisti ritengono che nel 2016 potrebbero verificarsi le condizioni che potrebbero portare a una crisi finanziaria ancora più dura di quella del 2008, il che sarebbe un problema visto che la maggior parte dei paesi del mondo non si è ancora ripresa dalla prima grande crisi del Terzo Millennio. Il pericolo di oggi, però, non è tanto la crisi, ma la globalizzazione. O meglio, il fatto che quest'ultima stia andando avanti in un contesto in cui anche i mercati e gli equilibri all'interno dei singoli paesi si sono modificati. Il caso cinese ha dimostrato che i cosiddetti meccanismi di salvaguardia pensati per "fermare il tempo" (e le conseguenze di un problema) non funzionano. Il punto è che dobbiamo abituarci a questa volatilità perché è generata da movimenti di capitali sempre più rapidi e frequenti, che non si interromperanno. E mentre gli addetti ai lavori cercheranno di imparare a gestirli meglio, noi piccoli investitori potremmo provare ad avere un po' di fiducia in più perché lasciandoci prendere dal panico e vendendo tutto non facciamo ne' il nostro bene ne' quello dei mercati. 

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