Economia

Bitcoin-truffa

Cresce il numero dei raggiri legati alla criptovaluta da parte di sedicenti operatori finanziari che promettono ricchi guadagni

Bitcoin

Luciano Tirinnanzi

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Stefano Piazza

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Dalla comparsa dei Bitcoin sulla scena internazionale, si parla sempre più spesso di monete digitali: ultima in ordine di apparizione Libra, la valuta di Facebook che sta già facendo storcere il naso ai potenti del mondo. Innovazione o bolla finanziaria? In ogni caso, c’è sempre chi ci specula sopra da anni, contribuendo alla loro pessima reputazione.

Una delle truffe più comuni in rete riguarda proprio i Bitcoin e promette con l’invio di piccole somme di denaro altissimi profitti per chi investe. Perché i Bitcoin? Nell’immaginario collettivo, questa parola è divenuta sinonimo di ricchezza facile e immediata, come agli inizi degli anni Duemila lo fu fenomeno delle «dot-com», per cui qualunque cosa veniva associata a Internet moltiplicava immediatamente il suo valore. Il più delle volte ad applicarlo sono sedicenti consulenti finanziari che, dopo un contatto online, iniziano a telefonare alle vittime da utenze inglesi (anche se la frode è, come vedremo, italianissima).

Con tono professionale, agenti della Capitals Banks, della Capital Markets Bank o di altre fantomatiche società con sede a Londra spiegano come guadagnare il 9 per cento al mese investendo in criptomonete. Perché Londra? Secondo Gianluigi Pacini Battaglia, ceo di Consulcesi tech, è pura psicologia: «La City è sinonimo di piazza finanziaria, per di più votata all’innovazione. Questa sua capacità di sintetizzare i valori europei, quali sicurezza e tradizione, e quelli anglosassoni di modernità e professionalità, la rende il luogo perfetto per chi vuole costruirsi una reputazione internazionale, anche inventata».

È così che Simone de Angelis, Giorgio Ferrari e Marco Galante - solo per citare alcune identità fasulle - ingannano da anni piccoli risparmiatori italiani, soprattutto tra Lombardia, Toscana e Lazio. Il sistema è semplice: per iniziare, si chiede alla vittima una cifra molto bassa. Di solito 250 euro, accompagnati da un documento di identità ed estratti conto bancari che attestino la propria solidità finanziaria, per avvalorare la tesi che chi si ha di fronte è un ente serio e scrupoloso. Nonostante la modalità singolare dell’approccio, il guadagno prospettato è così alto che la vittima tende a rischiare.

Solitamente i guadagni personali iniziano a crescere subito; almeno secondo quanto visualizzato sull’account personale, un’interfaccia creata ad hoc da queste società perché il cliente possa monitorare l’investimento. Agganciata la vittima, il consulente propone d’investire anche 20mila euro, con la promessa di replicare la performance.

«Le truffe online seguono dinamiche particolari e collaudate, innanzitutto per la serialità» spiega l’avvocato Andrea Castaldo, tra i massimi esperti di prevenzione e repressione della criminalità economica. «Il truffatore solletica la vittima con la certezza del profitto: chi telefona ha grandi doti da imbonitore, è convincente e non ha mai fretta; solitamente ricorre a dati e statistiche delle performance degli investimenti proposti». Non è raro che, almeno all’inizio, il truffatore compensi con apparenti vincite chi è cascato nella rete, ricorrendo al classico «Schema Ponzi» (quello usato da Bernie Madoff e basato sul numero crescente di vittime disposte a pagare una quota iniziale), ma l’illusione dura poco: quando l’investitore vuole incassare, i consulenti diventano introvabili o iniziano a rispondere solo via mail. A volte, se messo alle strette, un consulente può anche passare a miglior vita: «Vi informiamo che il nostro dott. Marco Galante è ricoverato presso il Chelsea and Westminster Hospital di Londra a causa di una pancreatite acuta. Vi chiediamo di pregare per lui», scrivono via mail. Qualche giorno dopo, arriva la notizia della morte con tanto di data, ora e luogo dei funerali e la chiesa prescelta è sempre la St. Peter’s Italian Church. Una digrazia che, però, dai registri dei decessi non risulta. E i soldi? «Tutta la documentazione e i vostri contratti sono stati rilevati dal dott. Giorgio Ferrari, che prenderà contatto con voi». Inutile dire che il dottor Ferrari non chiamerà mai.

A orchestrare queste truffe sono società come la Coinoa, alla quale la Consob ha imposto uno stop con delibera n.20346 del 21 marzo 2018, unitamente alla Becfd Limited, alla Chimera Investment Corporation, alla Leads Capital Inc. e alla Trade Up Ltd. Ciò nonostante, le truffe sono riprese sotto altri nomi: è il caso della Capital Banks, società collegata alla finanziaria Findbo Ltd, anch’essa registrata nel Regno Unito. Peccato che l’indirizzo della sede - Gladstone Court 97, Regency St., Westminster - sia fasullo e il telefono squilli invano. La Findbo Ltd, infatti, non è neanche iscritta negli elenchi degli intermediari inglesi, e lo stesso vale per la Capital Markets Bank. Anche la sede della A J Asset Management, al 13 Chase Road di Londra, risulta fittizia e, al numero di telefono indicato sul sito, risponde addirittura una struttura sanitaria emiliana.

Per i malcapitati, recuperare i soldi è dunque impossibile, viste le generalità fittizie fornite dai sedicenti consulenti e considerate le operazioni bancarie, che avvengono su conti correnti di Paesi black list o comunque poco permeabili a richieste di cooperazione giudiziaria. Il frutto del trading passa, infatti, solo su conti bancari di Bulgaria, Romania e isole sperdute dei Caraibi.

Le truffe online relative ai Bitcoin hanno danneggiato non solo la valutazione generale delle monete digitali, ma mettono a rischio l’intero settore e le più recenti innovazioni del settore tecnologico-finanziario, come la blockchain. Per Pacini Battaglia, basterebbe «un serio intervento regolatorio, a livello internazionale, su tutto il comparto dei crypto asset. In un costesto maggiormante controllato, la blockchain potrebbe fungere da custode della fiducia e garantire i potenziali investitori che le promesse fatte loro poi saranno rispettate, o quantomeno non manipolate». Ma ancora si è lontani da tutto ciò.

Secondo l’esperto di compliance e mercati finanziari Roberto Andreoli, «nel contesto attuale, in cui la crescita di popolarità e le possibilità di guadagno rappresentate dalle monete virtuali stanno attirando sempre più investitori, è prassi considerare come truffe le nuove tematiche presenti sui mercati finanziari, in primis criptovalute e Ico (il collocamento iniziale della moneta digitale presso il pubblico, ndr), senza considerare razionalmente la loro portata. Questo per mancanza di conoscenza e volontà di approfondimento. Ciò porta anche autorevoli attori dell’informazione alla semplificazione e, quindi, all’identificazione e diretta assimilazione a fenomeni fraudolenti».

Infine, secondo Fabio Ghioni, esperto a livello mondiale in sicurezza e tecnologie non convenzionali, a oggi il sistema di fiducia condivisa non è ancora pronto a un’accettazione delle criptovalute: «Sappiamo che c’è gente disposta a pagare, e molto, per avere questa serie di numeri, ed è dunque il sistema che li rende reali, in quanto domanda e offerta provengono da una decisione collettiva. Ovvio che quanto più è ampia questa collettività, tanto più sarà credibile in futuro. Ma, per quanto riguarda le criptovalute, non si tratta precisamente di una rivoluzione. La logica è ancora quella capitalistica keynesiana, secondo cui sono domanda e offerta a determinare il prezzo di un bene. In questo caso, però, il bene di cui parliamo è poco più che il nulla, trattandosi di codici numerici. Il che ci porta anche a dire che di “cripto” ossia di nascosto, non c’è proprio niente».

A dargli ragione, al momento, è nientemeno che il presidente americano Donald Trump, il quale su Twitter un paio di settimane fa ha detto di non essere «un grande fan del Bitcoin e di altre criptovalute», in quanto «non sono soldi. Il loro valore è altamente volatile e basato sul nulla», facendo crollare del 10 per cento il valore della criptomoneta in poche ore. E se lo dice lui...

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