Birmania: Coca-Cola e Unilever ci credono

Multinazionali e investitori tengono gli occhi puntati sul Paese e sui suoi sessanta milioni di potenziali consumatori

Il Premio Nobel Aung San Suu Kyi durante una conferenza stampa nel corso World Economic Forum on East Asia al Myanmar International Convention Center di Naypyidaw (Soe Than WIN/AFP/Getty Images)

Stefania Medetti

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Ibernato per sessant’anni in mezzo alle rampanti economie dell’Asia, il mercato birmano inizia ad aprirsi al mondo, complice le riforme del nuovo governo guidato dal presidente Thein Sein. Con i lavori del World Economic Forum on East Asia che chiude oggi i battenti, sul Paese si è concentrata l’attenzione di imprese e istituzioni. A Naypyidaw, infatti, si sono dati appuntamento oltre 900 delegati provenienti da 50 nazioni. Da qualche mese a questa parte, le multinazionali hanno iniziato a muovere i primi passi. Caratterizzato da un bassissimo costo della mano d’opera e dalla vicinanza alle principali economie dell’Asia, la Birmania, oggi Myanmar, è considerata una potenziale miniera d’oro. I suoi sessanta milioni di cittadini, pur con un reddito medio che non supera i 180 dollari al mese, sono clienti che hanno praticamente bisogno di tutto. 

Coca-Cola, dopo oltre sessant’anni di assenza, è tornata ad operare nel Paese, dove in questi giorni ha inaugurato un impianto di imbottigliamento. Un passo che l’amministratore delegato Muhtar Kent ha salutato  ricordando l’ingresso nel mercato dell’Est europeo in seguito alla caduta del Muro di Berlino. La multinazionale di Atlanta ha in previsione di investire 200 milioni di dollari nel prossimo quinquennio a sostegno, fra l’altro, di un moderno sistema di distribuzione e prevede di creare direttamente oltre 2500 posti di lavoro e ventimila opportunità nell’indotto.

Per Unilever, il Paese ha le stesse potenzialità del Vietnam. La multinazionale anglo-olandese ha messo sul piatto 500 milioni di dollari e ha reso noto  che nel giro di poche settimane sarà operativa a Yangon con una fabbrica di prodotti per il corpo. L’intenzione è di assumere 150 persone entro la fine di giugno, alcune delle quali saranno rimpatriate dall’headquarter in Thailandia. Dopo che gli Stati Uniti hanno levato il bando sugli investimenti americani, Ford ha deciso di importare  pick up e le più piccole Ford Range. Sulle strade del Myanmar, per ora, non esistono vetture nuove e continuano a circolare vecchie berline e autobus di fabbricazione giapponese. Suzuki, invece, aprirà un impianto produttivo, mentre Vodafone e China Mobile hanno creato un consorzio per concorrere all’asta sulle licenze della telefonia mobile.

Finora, meno del 10% dei birmani possiede un cellulare e le potenzialità di sviluppo del settore hanno attratto anche player come Mastercard e Visa interessati a organizzare trasferimenti di denaro via mobilePepsi, infine, ha siglato un accordo di distribuzione con un’azienda locale. Dal World Economic Forum, Indra Nooyi, chairman e ceo dell’azienda, ha spiegato  l’impegno di lungo periodo verso il Paese per la formazione di manager e risorse qualificate in partnership con Unesco e Yangon University. Pepsi sarà presente anche sul campo, accanto ai contadini, per lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile.

La strada, però, è in salita: un rapporto di McKinsey frena l’entusiasmo . Il Paese, infatti, non ha solo bisogno di strutture e di riforme, ma anche di tenere a bada gli scontri che, come avvenuto nelle scorse settimane nel nord, infiammano la minoranza musulmana e la maggioranza buddhista. Secondo i dati raccolti da McKinsey, il Myanmar potrebbe più che quadruplicare la propria economia e arrivare a un Pil da 200 miliardi di dollari entro il 2030. Per Heang Chhor, uno fra i principali autori del rapporto, lo sviluppo è un processo costoso. “Considerando solamente le infrastrutture, il Myanmar avrebbe bisogno di oltre 320 miliardi di dollari di investimento nei prosssimi due decenni per raggiungere una crescita annuale dell’8%. E altri miliardi di dollari sarebbero necessari per rimettere in sesto il sistema educativo e per formare le figure professionali necessarie allo sviluppo”. 

Ma anche in termini di riforme, la preoccupazione degli esperti riguarda i tempi brevissimi della loro implementazione: il Paese, infatti, ha varato in meno di un anno una nuova legge sugli investimenti e una sui media e ha messo mano all’infrastruttura legale. Nonostante le difficoltà, per McKinsey le riforme economiche e gli investimenti nei settori giusti potrebbero contribuire a traghettare fuori dalla povertà 18 milioni di cittadini birmani il cui reddito medio, oggi, è inferiore a un dollaro al giorno. La partita, insomma, è ancora tutta da giocare.

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