Perché il biogas italiano è a rischio chiusura

L'incredibile storia del decreto competitività dal quale, con un emendamento, è stata esclusa la possibilità per le imprese di ottenere la Valutazione di Impatto Ambientale. Oggi il governo ha chiesto la fiducia alla Camera sul testo e così un centinaio di impianti rischiano di chiudere e i 12 marchigiani prima di tutti gli altri. 

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Marco Cobianchi

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Tenersi forte. Questa è una storia senza alcun senso. È la storia di impianti a biogas che, a meno di un miracolo del Consiglio di Stato, prima della fine dell’estate chiuderanno. Tutto inizia nelle Marche e ha come protagoniste 12 centrali, 7 già in piena attività e 5 in costruzione, che già danno lavoro a circa 400 persone e che possono soddisfare le esigenze energetiche di circa 80mila persone. Nella versione più pessimistica della storia lo stesso rischio lo corrono addirittura 108 impianti in tutta Italia, la maggior parte dei quali costruiti negli ultimi tre anni che danno lavoro a 3mila persone, fatturano 500 milioni di euro e hanno una potenza elettrica installata di 100 Megawatt.

Gli impianti marchigiani sono stati realizzati in base alla normativa regionale in materia che è in linea con quanto stabilito dal Testo Unico dell’Ambiente in base al quale gli impianti a biogas con una capacità inferiore ai 50 Megawatt di potenza non necessitano della Valutazione di Impatto Ambientale (Via). Fidandosi di quella legge, contenente comunque regole riguardanti la progettazione e la realizzazione delle opere, gli imprenditori aprono il portafoglio, investono, costruiscono, assumono.

Tutto si complica  il 12 marzo del 2013 quando tre pubblici ministeri di Ancona, Paolo Gubinelli, Andrea Laurino, Marco Pucilli, avviano un’inchiesta sugli impianti marchigiani che si divide in due filoni, uno penale (alcuni imprenditori sono accusati di corruzione) e uno amministrativo. La parte penale dell’inchiesta segue la sua strada con interrogatori, indagini e sequestri di documenti (le indagini sono state chiuse il 18 luglio e le richieste di rinvio a giudizio sono attese per settembre) ma la parte davvero interessante della storia, quella che fa capire come fare impresa in Italia sia una corsa ad ostacoli, riguarda il filone amministrativo.

Come detto, il Testo Unico dell’Ambiente stabilisce che sotto i 50 Megawatt non c’è bisogno di alcuna Via, ma nel 2012 la Regione Marche decide di essere più rigorosa della norma nazionale e decide che solo gli impianti al di sotto dei 3 Megawatt non abbiano bisogno della Via. Il governo Monti impugna questa legge regionale davanti alla Corte Costituzionale ritenendola contraria alle norme comunitarie. La Consulta dà ragione al governo e l'annulla. Il motivo è che stabilisce chi deve ottenere la Via in base a “mere indicazioni quantitative” sulla potenza dell’elettricità.

Poche settimane dopo, all’inizio dell’estate del 2013il Tar delle Marche prende una decisione fantasmagorica: disapplica addirittura lo stesso Testo Unico dell’Ambiente perché, secondo lui, anche quella legge dà "mere indicazioni quantitative" su chi abbia bisogno della Via e chi no e, quindi, per il Tar delle Marche anche quella legge è contraria al diritto comunitario.

A questo punto scatta il panico perché tutti gli impianti a biogas costruiti su quella base giuridica, diventano automaticamente fuorilegge e, infatti, i tre solerti magistrati ne chiedono, a marzo 2014, il sequestro immediato al Gip del tribunale di Ancona che, il 12 luglio, emette i decreti di sequestro. Tre giorni dopo, il 15 luglio, i pm chiedono la nomina degli amministratori straordinari e dopo 24 ore, il 16 luglio, il Gip si rimangia tutto: decide per una revoca parziale del sequestro e non nomina gli amministratori straordinari. Come mai?

Per rispondere a questa domanda bisogna spostarsi a Roma dove il governo Renzi emana il decreto numero 91, passato alla cronaca come "Decreto competitività", nel quale si stabilisce che tutti gli impianti che hanno visto revocata l’autorizzazione in seguito alla bocciatura della legge regionale delle Marche da parte della Consulta possono ottenere la Via anche dopo la messa in funzione. Tecnicamente si chiama "Via postuma" e sembra essere l’àncora di salvataggio delle 12 imprese marchigiane. Solo che si tratta di un decreto. Va convertito in legge. Il decreto inizia il suo iter parlamentare e, nella prima settimana di luglio, plana sui tavoli della commissione Ambiente del Senato dove il piddino Mario Morgoni propone un emendamento che esclude la "Via postuma".

La sua proposta ottiene il parere favorevole del governo e viene approvata. Per Morgoni, marchigiano, quell’emendamento è un atto "necessario per fare chiarezza sulla materia, specialmente dopo l'inchiesta della magistratura". Cioè: varare la Via postuma avrebbe potuto intralciare il lavoro dei magistrati e, per questo, è da bocciare anche perché, ha aggiunto, sarebbe "un avallo di atti illegittimi e politiche di tipo puramente speculativo". Allo stesso modo la pensa Teresa Lambertucci, segretaria provinciale del Pd di Macerata, che denuncia la "inopportunità politica della Via postuma" e lancia un appello alle istituzioni regionali per sostenere la battaglia del senatore Morgoni. Battaglia vinta, visto che il decreto, così modificato, passa all’aula dove il governo pone la fiducia e incassa l’approvazione. A questo punto, senza la possibilità di realizzare la Via postuma, non c’è altra strada per la giustizia che considerare quegli impianti frutto di abuso edilizio, visto che sono stati costruiti sulla base delle regole contenute nel Testo Unico dell’Ambiente nel frattempo disapplicato.

Ora la domanda è: che cosa ne sarà di quella dozzina di impianti biogas delle Marche? Proprio oggi, 5 agosto, il governo mette la fiducia sul decreto, come modificato dal Senato, in aula alla Camera ma, avendo fatto altre modifiche, il testo dovrà tornare al Senato. Se non verrà ri-modificato a Palazzo Madama, il destino delle centrali non può che essere il sequestro, il commissariamento e poi l'abbattimento.

Per contestare l’incertezza che avvolge la loro attività, gli imprenditori marchigiani hanno già avviato cause risarcitorie per circa 180 milioni di euro davanti al tribunale di Ancona. Ma la sentenza del Tar, siccome rappresenta un precedente, potrebbe essere presa a riferimento da qualsiasi altro tar italiano che venisse chiamato a decidere sulla legittimità o meno degli impianti a biogas presenti sul proprio territorio.

A questo punto l’unico che potrebbe scongiurare la chiusura definitiva degli impianti delle Marche è il Consiglio di Stato, appellato dagli imprenditori. Se decidesse per annullare la decisione del Tar, la Via postuma potrebbe tornare agibile, solo che per ottenerla gli imprenditori dovrebbero spegnere i loro impianti per tutto il tempo necessario per svolgere le pratiche amministrative. Circa un anno. Il tutto per un (apparentemente) innocuo emendamento.

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