Economia

La nuova economia a due ruote

Quello delle biciclette è un settore che in Italia vale oltre 12 mld di euro. Ma si può fare ancora meglio

Irish PM Varadkar in Copenhagen

Francesco Bonazzi

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Bravissimi a progettarle e costruirle, bravi a venderle, ma per carità, non chiedete agli italiani di andare in bicicletta. Che pedàlino gli altri! Peccato che così facendo, oltre che a continuare a inquinare e a passare il tempo imbottigliati nel traffico, si rinunci a potenziare un ciclo economico virtuoso come quello delle due ruote. E se già oggi, nonostante l’Italia sia diciassettesima in Europa per l’uso della bici, la bike economy vale oltre 12 miliardi di euro l’anno tra cicloturismo e produzione di veicoli, per l’Osservatorio Bikeconomy il problema, più che la pigrizia, sono le infrastrutture: basterebbe aumentare del 10 per cento le piste ciclabili per fare di Roma la prima città europea per riduzione della mortalità su strada, con 21 morti evitabili (contro i 18 di Londra e i 16 di Barcellona). E gli investimenti per rendere più sicuri i tracciati esistenti avrebbero un rapporto di 70 euro di benefici per ogni singolo euro investito.

Per il turismo l’Italia sta facendo passi da gigante, basti pensare alle ciclabili del Ponente ligure e dell’estremo Levante (101 chilometri già aperti e 32 in arrivo), che hanno preso il posto della vecchia ferrovia a mare, oppure alla vasta rete del Trentino e ai grandi investimenti in corso in Puglia. E città come Bolzano, Pesaro, Ferrara e Treviso sono all’avanguardia. Ma se la classifica di Copenhagenize 2019 sulle città più «amiche della bici», in una graduatoria guidata da Copenhagen, Utrecht e Amsterdam, non vede nessuna città italiana nelle prime 20, un motivo c’è: da noi non si considera questo mezzo di trasporto come qualcosa di utile per andare a lavorare. Se si scorrono le tabelle dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio, che verrà presentato il 6 novembre al Bikeconomy Forum in occasione dell’Eicma di Milano (Salone del ciclo e del motociclo) e che Panorama ha letto in anticipo, si scopre che nonostante il 17 per cento dei cittadini viva a più di 30 minuti dal luogo di lavoro, solo il 4 per cento si sposta in bici. Eppure, quasi un italiano su tre (28 per cento) ritiene il traffico cittadino un problema rilevante nella vita quotidiana e uno su due (47 per cento) considera l’inquinamento un problema da risolvere per migliorare la vivibilità della propria città.

L’Italia è così il diciassettesimo Paese d’Europa per uso della bici e il 60 per cento dichiara di non usarla. Con Atene, Tallin e La Valletta, Roma è l’ultima tra le capitali, con l’1 per cento di tutti gli spostamenti in bici, all’opposto di Copenhagen (58 per cento), Amsterdam (53) e Lubiana (26). Eppure, se si va a vedere come sta l’industria del ciclo, ecco che nel 2017 l’Italia ha registrato un aumento di fatturato del 15,2 per cento, contro un pallido -2,5 per cento della media Ue. E le aziende italiane sono in testa alla classifica per l’export con 2.390.000 pezzi prodotti, 3.098 aziende e 7.741 addetti, oltre la metà artigiani. Se imparassimo a usare di più la bici, oltre agli effetti positivi sulla salute, ne avremmo un bel guadagno in termini economici. Se si considerano anche i costi sociali, un chilometro in auto costa 15 centesimi, mentre la collettività guadagna 16 centesimi per ogni chilometro coperto in bici. Con quattro italiani su cinque che ancora non usano la bici, per carenza di infrastrutture e paura di essere investiti, e con il grande successo della pedalata assistita nelle zone con dislivelli impegnativi, servirebbero solo piste più sicure, oppure nuove di zecca.

L’ultimo rapporto AbiCi di Legambiente calcola in 12 miliardi il Prodotto interno bici nel 2018 e indica in 23 miliardi un obiettivo raggiungibile in pochi anni. Per combinazione, 23 miliardi è anche la somma che il governo ha dovuto trovare per evitare l’aumento dell’Iva nel 2020. In sostanza, pedalando un po’ di più, si disinnescano anche le tagliole seminate da Mario Monti.        

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