Bce e Fed, cosa aspettarsi se Draghi e Bernanke vanno in direzioni opposte

La Federal Reserve preannuncia la fine delle iniezioni di liquidità mentre la Banca Centrale Europea potrebbe abbassare ancora i tassi. Ecco gli scenari per i mercati e per l'economia reale

Il presidente della Bce, Mario Draghi, e il governatore della Fed, Ben Bernanke (Credits:Ansa)

Andrea Telara

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Nell'ultima riunione della Fed, la banca centrale statunitense, il governatore Ben Bernanke ha pesato bene le parole ma è stato abbastanza chiaro: “i programmi di stimolo all'economia americana,” ha detto in sostanza Bernanke, “subiranno presto un allentamento, probabilmente già prima della fine dell'anno”. Parole inequivocabili, che fanno intendere un prossimo cambio di rotta nella politica monetaria d'Oltreoceano, finora basata sui “faraonici” quantitative easing (Qe), cioè le operazioni di acquisto di titoli con cui la Fed ha ridato fiato al sistema finanziario, immettendo sul mercato una montagna di liquidità: ben 2.300 miliardi di dollari nel triennio 2009-2011 e circa 85 miliardi di dollari al mese, a partire dal settembre del 2012 (con una terza operazione di Qe ancora in corso).

CAMBIO DI ROTTA

Non va dimenticato, però, che Bernanke ha fatto pure due precisazioni importanti. Innanzitutto, l'allentamento delle iniezioni di liquidità non coinciderà necessariamente con un rialzo dei tassi d'interesse americani, che oggi rimangono inchiodati al minimo storico dello 0,25%. Inoltre, benché ridimensionato nella sua portata, il quantitative easing non è ancora giunto al capolinea e dovrebbe subire (ma il condizionale è d'obbligo) uno stop definitivo soltanto il prossimo anno. Queste “rassicurazioni” non sono però bastate a tranquillizzare le borse internazionali che, da un paio di giorni, dopo le parole del numero uno della Fed, stanno seguendo un trend orientato decisamente al ribasso, nel timore di vedere presto una politica monetaria molto più austera.

BCE, IL TAGLIO DEI TASSI E I RISPARMIATORI

Eppure, pochi giorni fa, gli stessi mercati finanziari hanno salutato con favore le parole di segno opposto giunte dal più autorevole collega di Bernanke, cioè Mario Draghi , presidente della Banca Centrale Europea (Bce). Per stimolare l'asfittica economia del Vecchio Continente, ancora in recessione, Draghi si è infatti detto disponibile ad abbassare ulteriormente i tassi d'interesse europei, che già oggi sono ridotti al lumicino, cioè allo 0,5%. Ecco dunque che si profila all'orizzonte uno scenario inedito, in cui la politica monetaria della Bce diventa più accomodante, mentre quella della Fed inizia a essere più restrittiva. Quali saranno le conseguenze? Per l'economia reale non dovrebbe cambiare moltissimo. Fino ad ora, infatti, le manovre sui tassi non hanno dato grandi stimoli al pil, almeno in Europa. E poco hanno fatto, per l'economia reale del Vecchio Continente, anche le iniezioni di liquidità effettuate da Draghi attraverso gli Ltro (i piani di finanziamento della Bce forniti alle banche a condizioni agevolate). Si tratta di misure che somigliano un po' alla lontana ai quantitative easing americani, pur avendo avuto una portata assai più limitata (attorno ai 1.000 miliardi di euro) e delle caratteristiche tecniche molto diverse (la Bce, infatti, non ha eseguito gli acquisti diretti di titoli sul mercato, ma ha fornito soltanto la liquidità al sistema bancario).

IL PIANO ANTI-SPREAD DI MARIO DRAGHI

Per stimolare il pil, dunque, ci vuole probabilmente ben altro che una manovra monetaria. La chiave per far ripartire la crescita resta ancora nella politica economica e fiscale degli stati che, in Europa, si è avvitata ostinatamente attorno ai principi dell'austerity, mentre in America ha seguito logiche “espansive”, seppur con qualche contraddizione e con una strategia un po' ondivaga da parte dell'amministrazione Obama. “A cinque anni dall'inizio della crisi”, dice Salman Ahmed, strategist sul reddito fisso della casa di gestione Lombard Odier Investment Managers,“negli Stati Uniti l’economia deve ancora tornare a crescere in modo sostenibile e il mercato del lavoro rimane comunque debole”. Secondo Ahmed, dunque, anche gli imponenti quantitative easing della Fed non hanno cambiato i fondamentali dell'economia, benché abbiano il merito di aver evitato uno scenario di grande depressione per l'economia d'Oltreoceano, come quella che si verificò nel 1929.

MERCATI PREOCCUPATI

Il cambio di rotta nella politica monetaria statunitense sembra dunque essere un problema che preoccupa soprattutto i mercati borsistici, oggi timorosi di vedere presto una restrizione di liquidità nel sistema finanziario. Per adesso, alcune case d'affari rimangono però sostanzialmente ottimiste. E' il caso di Credit Suisse, i cui analisti (in un report scritto di recente) sostengono che i mercati abbiano reagito in maniera troppo pessimistica alle parole di Bernanke. Secondo la banca elvetica, infatti, fine dei programmi di Qe potrebbe arrivare più tardi del previsto, proprio per le stesse ragioni evidenziate da Ahmed: l'economia statunitense non viaggia ancora a ritmi sostenuti e l'obiettivo di raggiungere un tasso di disoccupazione del 6,5% non verrà raggiunto negli Usa prima del 2015.

RISPOLVERATA AL PORTAFOGLIO

Nello stesso tempo, però, gli esperti di alcune case d'affari come la francese Société Genérale (SoCgen) consigliano comunque di dare una rispolverata alle proprie strategie d'investimento, per adeguarsi ai nuovi trend in atto. Tra i suggerimenti degli esperti di SocGen ci sono quello di alleggerire le posizioni sull'oro e di aumentare l'esposizione sul petrolio (i cui prezzi verranno stimolati dalla ripresa dell'economia reale) e di fare molta attenzione ai mercati dei paesi emergenti (che sono molto sensibili alle variazioni di liquidità nel sistema). Una sorpresa positiva potrebbe invece arrivare dall'Europa, sia nel settore azionario che in quello delle obbligazioni dei paesi periferici, qualora le autorità del Vecchio Continente decidessero di abbandonare finalmente le politiche di austerity adottate sinora.

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