Banche italiane: perchè serve il coraggio di intervenire

Il sistema creditizio è un'emergenza nazionale e Renzi ha perso tempo. Ora negoziare con Bruxelles una scelta di sistema è più difficile

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Il palazzo Unicredit in piazza Gae Aulenti a Milano – Credits: ANSA / MATTEO BAZZI

Stefano Cingolani

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La prima impressione è che non sia successo niente, grande confusione sotto il cielo, ma dopo la vittoria del No tutto resta come prima: la crescita è insoddisfacente, il Prodotto interno lordo (Pil) è più piccolo (ancora il 10 per cento in meno rispetto al 2007), il sistema creditizio "segnato da ampie zone di sofferenze" per usare l'eufemismo dei banchieri.

Eppure, c'è una emergenza nazionale lasciata in eredità da Matteo Renzi che non può attendere: la catena di crisi bancarie va spezzata al più presto; il tempo stringe e la caduta del governo non aiuta.

Renzi ha sottovalutato la natura e la portata della crisi bancaria. Ha ingoiato il "bail-in" (la nuova procedura Ue di salvataggio per le banche in difficoltà) anche se la stessa Banca d'Italia avrebbe voluto una sua applicazione flessibile. Ed è stato sconfitto clamorosamente sulla "bad bank". Quello che doveva essere un intervento di sistema sui crediti deteriorati, è diventato una Garanzia parziale sulla cartolarizzazione delle sofferenze da applicare caso per caso (la Gacs), con il Tesoro che proteggerà solo la tranche più piccola e meno rischiosa.

Adesso si apre un'altra fase complessa di trattative con le autorità europee sulla possibilità di un intervento diretto dello Stato. E Roma, priva di un esecutivo con la pienezza dei suoi poteri, va Bruxelles e a Francoforte da posizioni ancor più deboli. L'obiettivo è guadagnare tempo, sperando che la Bce allunghi le scadenze per gli aumenti di capitale. Ma temporeggiare non tranquillizza i mercati come appare evidente dalla batteria di articoli del Financial Times e del Wall Street Journal.

Il prossimo governo si troverà a dover dipanare anche la delicata matassa della riforma delle banche popolari, che ha "inciampato" nel ricorso del Consiglio di Stato alla Corte costituzionale, ma che (al di là delle schermaglie giuridiche) mette in gioco la stabilità di molti istituti di credito e soprattutto i risparmi di decine di migliaia di italiani.

Intanto è a rischio il progetto per ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena: sarebbe la quarta volta dal 2011. Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha discusso a lungo con JP Morgan e Mediobanca, che si sono impegnate a garantire un prestito ponte di 5 miliardi; ha parlato inoltre con gli emissari del fondo sovrano del Qatar (che ha promesso 1 miliardo di euro, ma ha prudentemente preso tempo dopo l'esito del referendum) e ha preso atto che la conversione volontaria delle obbligazioni è deludente (appena un miliardo).

Sommando le tre variabili, Padoan ha estratto dal cassetto il piano B, cioè un intervento diretto del Tesoro nel capitale che lo renderebbe di gran lunga l'azionista numero uno (oggi ha già il 4 per cento), prima dell'eventuale fondo qatarino, delle Assicurazioni Generali che convertendo i propri bond avrebbero il 7 per cento e della compagnia francese Axa. Si può fare? Il Montepaschi può diventare il test di una nuova stagione dello Stato banchiere.

Per ora è una misura "precauzionale", ma se fosse una scelta di sistema, i costi sarebbero ingenti. Prendiamo le obbligazioni. I bond emessi dalle banche italiane ammontano a 921 miliardi e poco più di metà, 494 miliardi, sfuggono al "bail-in", che invece coinvolgerebbe i restanti 427 miliardi: 225 riguardano depositi sopra i 100 mila, 173 bond senior non garantiti e 29 i cosiddetti junior.

Il Montepaschi racchiude da solo 4 miliardi e 899 milioni in titoli subordinati con scadenza nei prossimi due anni. Tra questi, uno da 2 miliardi e 160 milioni venduto a 60 mila clienti per l'acquisizione di Antonveneta; è privo di rating e mai quotato, viene trattato solo dentro la banca. Stando al progetto del Tesoro, i piccoli risparmiatori e i correntisti verrebbero protetti entro il limite dei 100 mila euro.

Gli obbligazionisti delle quattro banche del Centro Italia (CariChieti, CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche), che hanno visto praticamente sparire i loro investimenti in titoli, preparano una offensiva giudiziaria. Per dare a Mps più tempo si sta discutendo anche di rinviare la vendita dei "non performing loans". Le sofferenze ammontano a 27,7 miliardi che, svalutate al 63 per cento, diventano 10,1 miliardi.

Se fossero cedute al 22 per cento come per le quattro piccole banche del Centro Italia, l'aumento di capitale dovrebbe essere ancora maggiore. Se invece vengono piazzate al 37, cioè alla quota in cui sono state già svalutate, si crea una disparità evidente. Ma Siena è solo l'inizio.

Il fondo Atlante sta cercando di organizzare il matrimonio tra i due istituti dei quali è diventato azionista unico: la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E Genova? Si può trascurare la Cassa di risparmio ligure che sta tanto a cuore anche a Beppe Grillo? In Borsa pensano che sia la più probabile candidata a un intervento dello Stato, subito dopo Mps.

Entro il prossimo anno, Carige deve vendere 1,8 miliardi di crediti deteriorati e trovare un partner. Diversa, ma ancor più delicata per la taglia e la rilevanza europea, è la questione Unicredit. L'unica banca italiana troppo grande per fallire ha cominciato a vendere pezzi pregiati, adesso tocca alla società d'investimento Pioneer destinata alla francese Amundi. L'amministratore delegato Jean Pierre Mustier deve mettere insieme ben 13 miliardi per portare il capitale al livello di sicurezza indicato dalla Bce. La banca non è affatto fuori mercato, ma con l'Italia in preda a una campagna elettorale permanente, diventa un compito da far tremare i polsi.

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