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UniCredit, pro e contro dell'aumento di capitale

Il piano industriale e la ricapitalizzazione da 13 miliardi della banca guidata da Jean Pierre Mustier sacrificano i ricavi ma piacciono agli analisti

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Andrea Telara

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Anche chi non si intende molto di finanza, di piani industriali delle banche o di aumenti di capitale oggi concorda di sicuro su un punto: il piano industriale 2017-2019 presentato oggi da UniCredit a Londra contiene dei numeri impressionanti. Primi fra tutti quelli sul prossimo aumento di capitale da ben 13 miliardi di euro che presto sarà sottoposto al giudizio dell'assemblea e verrà messo in cantiere nel primo trimestre del 2017. La ricapitalizzazione complessiva proposta agli azionisti da Jean-Pierre Mustier, ceo di UniCredit, è assai più corposa rispetto alle stime di molti analisti che fino a pochi mesi fa prevedevano una cifra di 7-8 miliardi di euro.

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Invece Mustier non è andato tanto per il sottile e ha messo in cantiere un rafforzamento patrimoniale della banca che vale nel complesso quasi 20 miliardi di euro. Oltre ai 13 miliardi dell'aumento di capitale, infatti, UniCredit ha rastrellato nei giorni scorsi la bellezza di 6 miliardi di euro, prima vendendo gran parte della polacca Bank Pekao e poi liberandosi della propria società di gestione dei fondi, Pioneer, ceduta ai francesi di Amundi. Ma la cura Mustier non si limita soltanto alle iniezioni di liquidità annunciate oggi. Il piano industriale prevede infatti la vendita ai gruppi finanziari internazionali Fortress e Pimco di non performing loan (npl), cioè di crediti deteriorati, per un totale lordo di oltre 17 miliardi di euro. Inoltre, con 8 miliardi di euro di rettifiche su crediti il tasso di copertura sulle sofferenze salirà dal 62 al 75%.


Tagli al personale

Impressionanti sono anche i tagli al personale previsti dal piano di Mustier. Entro il 2019, sono previsti 6.500 esuberi in tutto il gruppo (oltre a quelli già programmati) con un risparmio sui costi del personale di 1,1 miliardi circa. La cura dimagrante ci sarà anche in Italia dove saranno chiusi quasi 900 sportelli, con un calo della forza-lavoro complessiva del 21%. Al termine di questa cura da cavallo, Unicredit dovrebbe raggiungere entro il 2019 un Cet 1 (fully loaded), cioè un indice di solidità patrimoniale del 12,5% accontentando i dettami della Banca Centrale Europea, che vigila sulla robustezza dei maggiori istituti di credito continentali. Sempre entro il 2019, dovrebbe essere raggiunto un RoTe (return on tangibile equity) del 9%. Si tratta di un indicatore di redditività importante che si calcola rapportando il valore dell'utile a quello del patrimonio netto tangibile (cioè il patrimonio che non tiene conto di asset immateriali come l'avviamento).


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Tutti questi obiettivi sono superiori alle aspettative degli analisti che hanno accolto abbastanza con favore la cura Mustier. Gli esperti della casa d'affari Jeffries, che consigliano di acquistare il titolo della banca e hanno un prezzo-target di 3 euro,  apprezzano per esempio l'obiettivo di un utile netto di 4,7 miliardi di euro entro il 2019 (contro i 3,9 miliardi delle attese) e credono che la cura Mustier possa essere un buon viatico per la ripresa del titolo in borsa. Non a caso, oggi le azioni della banca hanno già messo il turbo a Piazza Affari, con un rialzo di ben il 7,6% in tarda mattinata. Giudizi sostanzialmente positivi sul piano industriale sono arrivati anche da analisti che hanno un rating neutrale sul titolo UniCredit. E' il caso per esempio degli esperti di Banca Imi che hanno sottolineato come i tagli ai costi operativi siano sopra le attese. Unico neo: la crescita dei ricavi tutt'altro che esaltante, prevista nell'ordine dello 0,6% all'anno.


Tra Siena e Milano

Il piano di Mustier, insomma, sembra molto concentrato sul lato dei costi più che sull'espansione del “fatturato”. Fatte queste premesse, la comunità finanziaria pensa comunque che in sostanza la cura del nuovo amministratore delegato di UniCredit (entrato in carica da pochi mesi) consegnerà al mercato un istituto con le spalle ben più robuste rispetto agli anni passati. Ovviamente, portare a termine la missione non sarà facile. Prima bisognerà appunto emettere nuove azioni per un valore complessivo di 13 miliardi di euro e convincere gli investitori a comprarle. Tuttavia, non va dimenticato che la ricapitalizzazione è sostenuta da un consorzio di garanzia composto dalle maggiori banche internazionali come Morgan Stanley, Ubs, BofA Merrill Lynch, J.P. Morgan e Mediobanca.


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La situazione di UniCredit è insomma ben diversa da quella del Monte dei Paschi di Siena: una banca che da settimane è alla ricerca disperata di 5 miliardi di euro per salvarsi e avrà bisogno del sostegno dello stato, dopo aver perso quello del consorzio di garanzia. L'aumento di capitale di UniCredit non è infatti un passaggio obbligato verso la salvezza ma una cura da cavallo preventiva, per evitare una bocciatura agli stress test, gli esami sulla solidità patrimoniale dei maggiori istituti di credito del Vecchio Continente realizzati dalla Bce e dall'Eba (l'authority bancaria europea). Tra Milano e Siena, insomma, la distanza oggi sembra abissale.



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