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Uber e la sharing economy: ecco perché non ci sarà nessuna rivoluzione

Ovunque fioccano cloni di Uber, dalla pittura ai jet privati. Nel frattempo UberHEALTH prova a lanciarsi nel mercato dei vaccini. Ma...

I dati che Uber ha pubblicato negli scorsi giorni parlano chiaro, il servizio più odiato dai tassisti continua a crescere: 1,1 milioni di guidatori attivi sulla piattaforma a livello globale, dei quali 400.000 solamente negli Stati Uniti, ognuno dei quali effettua almeno un viaggio pagato a settimana.

Nonostante le accese proteste e le diatribe legali, insomma, sempre più persone cominciano a domandarsi se la “rivoluzione” promessa da questo servizio sia estendibile ad altri aspetti della nostra vita quotidiana.

Naturalmente, è stato sufficiente che Uber guadagnasse un minimo di pubblicità perché ovunque spuntassero cloni (o dichiarati tali). E allora ecco che Jay-Z sborsa palate di quattrini per finanziare una sorta di Uber per i jet privati, mentre Ashton Kutcher si premura di puntare anche sulla consegna di fiori a domicilio.

È come se qualcuno, da qualche parte, avesse acceso un enorme semaforo verde, che nel giro di pochi mesi ha portato a un proliferare di startup che sembrano ispirarsi a Uber per “semplificare” ogni genere di cosa, dalle prescrizioni di farmaci al pitturare casa. Il numero di servizi è ormai tale che c'è chi, per prendersi gioco della cosa, ha creato una composizione in versi basandosi su tutti i cloni di Uber.

In realtà, tra questi ben pochi sembrano davvero ispirarsi a Uber. Semmai, rappresentano il tentativo di resuscitare il concetto, mai veramente decollato, di “consumo partecipato” o, per usare un termine più eufonico, di sharing economy.

Solo cinque anni fa ovunque ti voltavi leggevi commenti entusiasti a nuovi servizi che avrebbero rivoluzionato le nostre vite. Il discorso di fondo del resto era ineccepibile: Perché acquistare beni e servizi da grandi multinazionali, quando in buona parte possiamo cavarcela con noleggi peer-to-peer?

Compagnie come NeighborGoods e Neighborrow si proponevano come intermediario tra persone che avessero occasionalmente bisogno di qualcosa (un macchinario costoso, un mezzo di locomozione, un letto) che non avevano intenzione di comprare.

Il futuro sembrava già scritto: presto avremmo noleggiato il tagliaerba dal nostro vicino e avremmo pagato un suo amico imbianchino per venirci a pitturare casa, senza che alcun intermediario (a parte una piattaforma digitale) intervenisse a chiedere la propria quota.

Oggi, delle centinaia di idee partorite negli ultimi anni, ben poche hanno dimostrato di avere i numeri per sopravvivere; due in particolare sembrano destinate a rimanere: Uber ed Airbnb.

Un sondaggio condotto da The Atlantic su un campione di 100 protagonisti del panorama hi-tech della Silicon Valley, ha rivelato che la maggior parte di loro crede ragionevole che a breve vengano creati ulteriori cloni di Uber che si concentrino sul baby sitting, sulla cura degli anziani e, in generale, sulla sanità.

Non è un caso, in effetti, che uno dei primi spin-off di Uber abbia proprio a che fare con la medicina, e in particolare con i vaccini influenzali.

Nella giornata di giovedì 19 novembre, in 35 città americane gli utenti Uber hanno avuto la possibilità di provare il nuovo sistema UberHEALTH, e ricevere direttamente a casa propria un kit per il vaccino influenzale al costo di 10 dollari.

L'iniziativa ha naturalmente sollevato un polverone: da una parte ci sono gli entusiasti, che già intravedono una rivoluzione sanitaria marcata Uber; dall'altra gli scettici, in gran parte professionisti della sanità, che giustamente fanno notare come la figura del medico curante o dell'infermiere non possa essere bypassata senza rischi.

Ed è questa la principale vulnerabilità del modello Uber. Gli autisti iscritti alla piattaforma mettono al servizio di altri utenti qualcosa di cui dispongono o già fanno ogni giorno (spostarsi in macchina) e per cui non serve una preparazione specifica (basta una patente con almeno 10 punti), lo stesso discorso non è altrettanto facilmente applicabile per mestieri più qualificati e rischiosi.

Al momento, il successo di Uber è legato a due fattori: la necessità di un servizio di spostamento più abbordabile del tradizionale taxi e la volontà di alcune persone di impiegare parte del tempo libero (o l'equivalente di un lavoro part-time) per arrotondare uno stipendio già esistente.

Uno studio recente ha rivelato che l'85% dei guidatori Uber americani utilizzano la piattaforma come lavoro part-time, e non ipotizzano nemmeno di poter trasformare questa occupazione nella loro principale fonte di reddito.

È chiaro come questo discorso non possa valere per un medico, un ingegnere, un idraulico, chiunque insomma basi il proprio lavoro su un tipo particolare di esperienza. Servizi come Uber, e Airbnb, hanno senso perché eliminano un intermediario sacrificabile consentendo a entrambe le parti in causa di ridurre costi e impegno. Nella maggior parte dei casi, però gli intermediari non sono sostituibili semplicemente creando una piattaforma digitale, e questo vale in particolare per il settore sanitario.

La lezione di Uber perciò può essere utile per sviluppare nuovi approcci nello sviluppo di tecnologie che semplifichino pratiche già esistenti, ma non è (ancora) un modello generalizzabile. Con buona pace di chi già immagina di rinnovare le proprie provviste di sonniferi senza prima sottoporsi all'occhio esperto del proprio medico.

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