Telecom, Mediobanca, Rcs: ma cosa succede al capitalismo italiano?

Storia di un declino fino alla crisi di oggi che morde. E questa volta fa paura anche ai poteri forti

L'ingresso di Mediobanca, in piazzetta Cuccia a Milano.

Sergio Luciano

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Telecom Italia che scorpora la rete dei suoi cavi , dopo aver strepitato per dieci anni che sarebbe stato un suicidio, e aver escluso di volerlo fare sotto più di una gestione; Mediobanca che ripudia i patti di sindacato, come se Dracula ripudiasse il sangue; Giuseppe Rotelli che non sottoscrive l’aumento di capitale della tanto amata Rcs… Ma cosa sta succedendo al capitalismo italiano? Cos’è questo strano e confuso mondo alla rovescia nel quale sembra essersi trasformato?

Sta succedendo, semplicemente e tristemente, che la crisi morde e fa paura anche ai più presuntuosi. E che pagare pegno per sedersi nel salotto buono è un lusso che di questi tempi nessuno può o vuole più permettersi. Anche perché, una volta entrati in quei salotti, ci si accorge che così buoni poi non sono.

Proviamo a guardare il panorama del potere economico in Italia e analizzarlo. Lo spartiacque è la stagione degli Anni Novanta. Legge Amato sulla trasformazione degli enti economici pubblici in Spa e sullo scorporo delle banche dalle fondazioni; privatizzazioni a raffica.

Nascono le Fondazioni di origine bancaria, e vengono incaricate non si sa bene di che cosa: sì, fare il volontariato ma nessuno ci crede, si capisce piuttosto che debbano garantire il passaggio indolore del potere del credito dai partiti nazionali ai potentati locali. Con le grandi privatizzazioni – dalla Telecom alle Autostrade alla Sme – ci si illude di star dando alle famiglie del capitalismo privato l’occasione di crescere, ma quelle puntano alla rendita di Stato, al capitalismo “concesso”, con cui si rischia niente e si guadagna tanto.

Per di più soltanto i Benetton fanno sul serio e cambiano pelle, ma la loro crescita nell’ex pubblico – con Autostrade, Autogrill e Aeroporti di Roma – coincide con il loro declino nel core business del tessile, ancora sano ma non certo più florido come vent’anni fa.
In finanza, la Borsa viene privatizzata e si vende alla Borsa inglese, dove per una breve stagione le banche italiane diventano azioniste di riferimento ma lasciano sfumare l’occasione di consolidarsi nel ruolo. Nel credito, quelle stesse grandi banche iniziano ad aggregarsi, nasce Capitalia, le popolari si alleano tra loro, si pongono le premesse per le successive maxifusioni tra Nuovo Banco Ambrosiano e Cariplo e poi Comit e poi San Paolo, e ancora tra Credito italiano, Crt, Cassa di risparmio di Verona e insomma tutti i mattoni dell’attuale Unicredit Group.

Ma tutto questo non coincide con il rafforzamento di un “sistema capitalistico italiano” degno di questo nome. Le aziende più grandi restano isolate l’una dall’altra, non fanno sistema; le banche si fondono tra loro ma mantenendo una parossistica attenzione alle autonomie di campanile; i fondi pensione non decollano; quelli di private equity pigolano sulla soglia del mercato, increduli di poter racimolare i tre o quattrocento milioni di euro di fondi da investire, insufficienti per tutto.

Una generazione di manager quarantenni fa il suo esordio qua e là. Sono bravi, buone individualità, ma incapaci, però, di cambiare profondamente le regole del gioco: i Bernabè, i Profumo, i Passera hanno cultura internazionale, rispettano la governance, sono individualmente onesti, ma non vivono più in un contesto nel quale provare una riforma di sistema, una nuova visione del mondo pensata dall’Italia.

Con l’avvento dell’euro e delle regole europee e, insieme, con il decollare della globalizzazione commerciale e finanziaria emerge con impressionante chiarezza la gracilità patrimoniale del nostro capitalismo. Tutte le società contendibili appaiono facili prede. E solo l’impuntatura della Banca d’Italia impedisce che i nostri maggiori istituti di credito finiscano tutti in mani straniere.

Se ci guardiamo indietro negli ultimi cinque anni di crisi, dal crack Lehman Brothers in poi, ci accorgiamo che non è accaduto niente di grave, nessun peggioramento – ad eccezione del caso Montepaschi . Viene piuttosto semplicemente fuori la debolezza intrinseca di un sistema che non sa più investire sulle aziende a rischio, dove per trovare una decina di pseudopatrioti per salvare una compagnia di bandiera bisogna mobilitare Palazzo Chigi, la più grande banca del Paese e ancora non si riesce a trovare campioni veri ma ci si deve accontentare di molti opportunisti che chiedono e ottengono contropartite indirette di altra natura.

A tanti viene da rimpiangere i Mattei, i Cefis, e naturalmente Enrico Cuccia e Gianni Agnelli. Comprensibile, ma non avremo mai la prova del nove su cosa avrebbero saputo fare se avessero vissuto oggi, nell’era della globalizzazione, quando ci si siede a un tavolo da gioco dove qualcuno ha già distribuito le carte e ci si ritrova in mano solo scartine: il debito pubblico, la pressione fiscale, la stretta creditizia, le aziende sottocapitalizzate.

Certo, fa un po’ di teneressa guardare i giovani-vecchi di Mediobanca che teorizzano, oggi, il superamento di quegli stessi patti di sindacato che hanno ereditato e anziché smontare subito, giocando d’anticipo, hanno cercato di difendere con le unghie e con i denti finchè hanno potuto… Ma sarebbe ingeneroso prendersela con loro più che con altri. La verità è che, nell’era del mercato finanziario globale e della globale competizione commerciale, il mondo è un unico grande Paese, e non è un Paese per vecchi. Come siamo vecchi, o giovani-vecchi, noi italiani.

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