Telecom Italia, le due partite aperte

Il rischio di finire sotto il controllo degli spagnoli di Telefonica e la cessione della rete in rame

Franco Bernabé. presidente di Telecom Italia (Credits: PAOLO CERRONI / Imagoeconomica)

Stefano Caviglia

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C’è la questione della rete, ma anche quella della proprietà: nessuno può dire di chi sarà Telecom Italia dopo il 1° settembre, quando scadranno gli accordi fra i soci della Telco, la finanziaria che detiene la maggioranza delle sue azioni. Generali e Mediobanca, accorse a suo tempo al capezzale del gruppo di telecomunicazioni per impedire che finisse in mani straniere, si preparano a uscire perdendo un sacco di soldi. La maggioranza, a rigor di logica, dovrebbe andare alla spagnola Telefonica, che però non è in grado di accollarsi i debiti e rischia di pagare un prezzo salato in termini di obblighi antitrust in Brasile, dal momento che possiede il primo operatore mobile di quel paese, Vivo, a cui non potrebbero sommare la maggioranza di Tim Brasil.

Insomma una situazione davvero incerta e delicata, che rende al tempo stesso prematuro e troppo limitato il tema dello scorporo della vecchia rete di rame, di cui tanto si parla da quando il presidente della Telecom Franco Bernabè ha minacciato di non farne più niente dopo lo schiaffo preso dall’Authority per le Comunicazioni con il ribasso delle tariffe dell’unbundling. Ora pare che, dopo la burrasca dei giorni scorsi, sia ripreso il dialogo. Ma per bene che vada (anche se il meccanismo dovesse mettersi in moto immediatamente e tutto filasse liscio, cosa altamente improbabile) lo scorporo della rete richiederà almeno un anno, mentre le scelte fondamentali da cui dipende il destino di Telecom Italia dovrebbero essere compiute nel giro di qualche settimana.

Certo, è difficile decidere le strategie di un gruppo di quelle dimensioni senza sapere neppure chi ne sarà il proprietario. Tuttavia il management sembra impegnato da un pezzo soprattutto in una riuscitissima “melina”. Le trattative per far entrare la Cassa depositi e prestiti nella proprietà della rete sono in corso formalmente dalla fine del 2012 (ma nei convegni se ne parla da almeno quattro anni). Negli ultimi mesi sono state avviate per ben due volte (prima con Naguib Sawiris, la seconda con il magnate di Hong Kong Li Ka Shing) trattative che alla fine si sono rivelate senza capo né coda. Nel frattempo gli indicatori economici di Telecom Italia continuano a peggiorare in termini di fatturato, di utili e perfino di debito, un fardello che negli anni passati si era riusciti faticosamente a ridurre e nel 2013 ha invece ripreso a crescere.

Il titolo in borsa (che pure si è ripreso un po’ negli ultimi giorni) viaggia ora appena sopra i 50 centesimi, quando solo tre anni fa aveva fatto scalpore la sua discesa stabile sotto il livello di un euro. Se ci si chiede quali cambiamenti siano in arrivo per la rete, la risposta è che nel giro di qualche anno il rame dovrebbe essere sostituito dalla fibra ottica (adatta per la banda ultralarga, ossia internet veramente veloce, che poi è la cosa che conta veramente), grazie alle risorse di altri soggetti, a partire dalla Cassa depositi e prestiti. Il che significa che un po’ della supremazia di Telecom sulla concorrenza se ne andrà insieme con la possibilità di sfruttare il possesso della rete per migliorare le performance commerciali. Ma prima occorrerebbe domandarsi che cosa ne sarà di un gruppo che è stato uno dei colossi europei delle telecomunicazioni e oggi zoppica incerto alla ricerca di un futuro. Ed è un punto interrogativo che pesa molto di più.

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