Telecom Italia, la delusione del dividendo

Le risorse sono poche, il debito è ancora alto e il mercato domestico soffre. Tagliare la cedola era un passo obbligato. E pazienza se la Borsa la prende male

La sede Telecom Italia a Rozzano (Milano) (Credits: Stefano Scarpiello/Imagoeconomica)

Stefano Caviglia

-

Meglio puntare sullo sviluppo in Brasile oppure sulle reti italiane di nuova generazione? Qualunque sia la risposta a questo dilemma, nel frattempo Telecom taglia il dividendo. È ancora una volta la sindrome della coperta troppo corta, come ormai regolarmente da qualche anno, a guidare le danze dell’ex monopolista telefonico. Se si tira da una parte, si resta scoperti dall’altra. Le risorse sono poche, il debito (pur calato a 28,2 miliardi) è sempre troppo alto, i ricavi e i margini del mercato domestico ristagnano. Sforbiciare le cedole è quasi una scelta obbligata, e pazienza se la Borsa la prende male.

L’azienda guidata da Franco Bernabè e Marco Patuano ha deciso che nel 2013 diminuirà il monte dividendi da 900 a circa 450 milioni di euro, il 50 per cento in meno di una cifra che già lo scorso anno era stata ridotta del 23 per cento. Quando l’hanno annunciato, il titolo è andato giù del 5,7% ed è stato brevemente sospeso per eccesso di ribasso. La novità era attesa, ma non in misura così elevata. E l’impatto è stato forte.

Meno di 24 ore prima c’erano state le dimissioni dell’amministratore delegato di Tim Brasil (nonché direttore generale di Telecom Italia per l’America Latina) Andrea Mangoni. Qual è il legame fra le due cose? Proprio la coperta troppo corta, perché le indiscrezioni circolate (e ovviamente non confermate dai protagonisti) parlano di una insoddisfazione per il livello di investimenti più basso delle attese alla base del divorzio. «E se non riescono neppure a dare soddisfazione all’unico business con prospettive di crescita» fa osservare un analista che preferisce non essere citato «come possono mantenere inalterato il livello dei dividendi»?

Sarebbe scritta nelle stelle, insomma, la sofferenza degli azionisti, a partire da quelli eccellenti di Telco (Intesa, Generali, Mediobanca e Telefonica), che hanno in carico i titoli di Telecom Italia a un prezzo di gran lunga più elevato di quello attuale, con tutti i probeli che questo apre nei loro bilanci. Ma a quanto pare l’Italia è considerata in questo momento la priorità assoluta su cui l’azienda deve convogliare risorse. Bernabè ha ripetuto che le trattative con la Cassa depositi e prestiti per realizzare in modo condiviso la rete fissa di nuova generazione sono in corso. Peccato se ne parli da anni senza costrutto, mentre cresce la sensazione che quella strada non porterà mai da nessuna parte.

Ragione di più perché Telecom Italia si prepari a realizzare la rete in fibra ottica (a questo punto con i tempi e le modalità a lei più congeniali) in solitudine e contando solo sui suoi soldi. Anche e soprattutto a questo, oltre che alla realizzazione della rete Lte da cui si spera arrivi la svolta per la trasmissione sul mobile, dovrebbero servire i risparmi e i tagli del dividendo. In teoria potrebbe anche essere ragionevole. Sempre che questa sterzata nella distribuzione delle risorse riesca a far vedere la luce in fondo al tunnel del mercato domestico.

© Riproduzione Riservata

Commenti