La tassa sulla sede che non ha

Genova: Alessandro Cavo, titolare della pasticceria Marescotti e il peso (insopportabile) del fisco

Alessandro Cavo, titolare della pasticceria Marescotti di Genova (Credits: Walter Vogel)

Gianluca Ferraris

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Dieci anni fa a Genova si contavano 334 botteghe storiche. Oggi, per colpa della crisi ma soprattutto perchè le norme sulla denominazione si sono fatte più rigide e le agevolazioni promesse non si sono viste, ne restano appena 14. In una di queste, la pasticceria Marescotti, il titolare Alessandro Cavo sbuffa più della sua caffettiera a vapore del 1912: "Mi è appena arrivata una cartella da 121mila euro per la Tia (tariffa igiene ambientale, ndr) sulla sede sociale. Peccato che non ne abbia una: sono domiciliato dal commercialista".

È riuscito a farsela invalidare, anche se gli è costato mezza giornata di lavoro: poca cosa rispetto ai sei mesi che dovette aspettare quando aprì nel 2008: mutuo che correva, merce già comprata e soliti timbri mancanti. "Ho perso un Natale, che per me sarebbe stato fondamentale, e sono stato costretto a partire in bassa stagione". A cinque anni di distanza tiene duro, ma la pressione fiscale ormai ha quasi azzerato i suoi margini: "Vendo sempre meno ma pago sempre più tasse: è contrario a qualsiasi principio economico. Finché noi imprenditori saremo l’unico bersaglio utile per fare cassa, la spirale continuerà ad avvitarsi" sospira, prima di passare in rassegna le ultime cartelle: la Tarsu del 2012, 3.500 euro, diventerà una Tares da almeno 7.000, e anche l’Imu è quasi raddoppiata. "In Francia gli esercizi come il mio sono tutelati dalla Costituzione. Non aspiro a tanto, ma almeno non vorrei pagere le stesse imposte che toccano a una boutique di lusso, quando sono circondato da shop cinesi e kebab e nessuna amministrazione punta alla riqualificazione della zona. Altrimenti prendo il mio bancone di marmo, le mie brioche, e ci vado davvero, in Francia: ci sono comuni che mi farebbero ponti d’oro".

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