La storia dell'uomo che vive per protesta sulla gru Ursus di Trieste

Titolare dello stabilimento "La Voce della luna" a Barcola, Marcello di Finizio da 77 giorni vive sulla gru a 80 metri di altezza. Protesta contro l'assenza di certezza del diritto. Che a lui ha tolto l'azienda, la casa e il futuro

Marcello di Finizio sulla gru Ursus di Trieste

"Ma cosa fa lassù? Deve scendere… è pericoloso".
"Io non scendo da qui finché non mi ascoltano".

Questa è la storia di Marcello di Finizio, vittima della crisi e di una direttiva europea (la Bolkenstein) recepita male da una politica (quella italiana) troppo distratta. Marcello, 48 anni, vive tra i tralicci della gru galleggiante Ursus nel porto di Trieste da 77 giorni. Di lui e delle sue proteste radicali ma pacifiche si è parlato anche in passato: per tre volte, infatti, si è calato sul Cupolone di San Pietro a Roma eludendo ogni tipo di controllo. Ora è lassù: lui, la sua tenda da roccia, un pannello solare per dare energia a un computer e a due telefoni cellulari. Siamo riusciti a parlarci. Ogni giorno, ci ha raccontato, scende alla base della gru per prendere cibo e acqua che alcuni amici gli portano. E risale. Per due volte la polizia ha cercato di farlo desistere. Ma nulla. Fulmini (con il rischio di restare stecchito), tuoni (“quasi ti rendono sordo a queste altezze”), pioggia, sole. Vento. Sta lì, in segno di protesta.

Ma chi è Marcello? È titolare dello stabilimento "La voce della Luna" che si affaccia sulla spiaggia di Barcola a Trieste. Oggi lo stabilimento è chiuso. Marcello non ha famiglia, l’attività è ferma, e non ha più neanche una casa. La banca gliel’ha pignorata. In più, gli restano circa 100 mila euro di debiti da pagare.
La sua è una protesta forte che ha un obiettivo chiaro: urlare ai politici e al Paese che senza la certezza del diritto non c’è impresa, non c’è sviluppo. I piccoli e medi imprenditori non possono farne a meno. Senza la certezza del diritto si muore.

LA VOCE DELLA LUNA
Marcello nel 2000 rileva lo stabilimento grazie a una concessione della Regione di 6 anni, rinnovabile per altri 6 automaticamente a scadenza. Lo ricostruisce da zero, investe negli anni circa 500 mila euro e dà lavoro a 15 dipendenti. Il mezzo milione di euro serve per i lavori di ristrutturazione e per riparare i danni subiti prima per un incendio e poi per due mareggiate. La seconda arriva nel 2010. Ed è allora che per Marcello la vita cambia radicalmente. In peggio.

LA DIRETTIVA BOLKENSTEIN
Lui non lo sapeva, ma nel 2006 era entrata in vigore la direttiva Bolkenstein, di matrice europea e relativa ai servizi nel mercato comune. Stabilisce che, rappresentando i servizi oltre il 70% dell’economia europea, è bene questi vengano liberalizzati e se ne faciliti la circolazione all’interno dei 27 Paesi Ue. Questo significa semplificare i procedimenti burocratici e, attraverso sportelli unici europei, abbattere le barriere nazionali per chi intende fornire un servizio in un Paese della Ue che non sia quello di origine. Porte aperte, dunque, a qualsiasi impresa in qualsiasi paese. Nessun rinnovo automatico delle concessioni, ma nuovi bandi pubblici internazionali a ogni scadenza. Ovvio che la strada è spianata soprattutto per i grandi gruppi in grado di sostenere la concorrenza all’estero. Non certo per le piccole realtà imprenditoriali come quelle che esistono in Italia.

La Bolkestein, tuttavia, resta una direttiva-quadro con regole generali. Ogni singolo stato membro ha poi la libertà di decidere come e quando applicarla salvo approvazione di eventuali proroghe da parte della Ue. Come si è mosso il Governo italiano? Ne ha prorogato prima l’entrata in vigore dal 2006 al 2012, poi dal 2012 al 2013, poi dal 2013 al 2015 e ora si parla di un’ulteriore proroga al 2020. Ancora non confermata.

"CHI MI TUTELA?"
Cosa c’entra Marcello con la direttiva Bolkenstein? C’entra perché la normativa in Italia è stata recepita anche in merito alle concessioni balneari (sebbene definite concessioni di "beni" e non di "servizi"), ma tant’è.

Alla seconda mareggiata (siamo nel 2010) Marcello si trova costretto a chiedere un prestito in banca per i lavori. La risposta questa volta è "no". "Mi hanno detto che non sapendo cosa sarebbe successo con la Bolkenstein nel 2012, a scadenza di concessione, avrei potuto anche perderla. Quindi, niente soldi". È a quel punto che Marcello si informa e viene a sapere della norma e della sua entrata in vigore prevista (all’epoca) per il 2012.

Niente soldi, niente attività. La chiusura dello stabilimento e il pignoramento della casa di proprietà messa a garanzia dei prestiti contratti in passato sono le conseguenze immediate. Marcello si trova senza niente. Oltre al danno, la beffa. La Bolkenstein viene prorogata al 2013 e poi al 2015. Forse al 2020. Nessuna certezza. E la situazione con le banche non cambia.
"Con la Bolkenstein si consente a grandi aziende di ogni paese, alle multinazionali, di venirci a togliere il lavoro. E a noi, piccoli imprenditori, chi ci tutela? Dov’è lo Stato? Dov’è il supporto alle imprese? E la certezza del diritto? Come facciamo noi a restare in piedi se non si sa quando entra in vigore una legge? Le banche non ci daranno mai i soldi... e noi piccoli cosa possiamo fare? Siamo carne da macello. Carne da macello per l’Europa delle banche e delle multinazionali".

Alla domanda: "Ma perché non vi mettete insieme, voi piccoli imprenditori concessionari del litorale triestino? Perché non fate squadra per contrastare la concorrenza?" risponde sconfortato: "Le 5 sigle sindacali che seguono i balneari sapevano ma non ci hanno mai informato. E ognuno cerca di remare per proprio conto. La stupidità umana non ha limiti".

E lui resta lì. A 80 metri di altezza. Da solo. "Ho capito come si arriva a pensare al suicidio" ci dice.

Speriamo invece che ci sia qualcuno che pensi a mettere a posto le cose.

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LA PROTESTA DI MARCELLO

 
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