South Stream: le conseguenze per l’Italia dello stop al gasdotto

Nel progetto sono coinvolte anche Eni e Saipem che rischia di perdere un contratto di oltre 2 miliardi di euro

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Operai al lavoro in un tratto del gasdotto Nord Stream Gazprom – Credits: Gazprom / Imagoeconomica

Massimo Morici

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Per ora è un avvertimento. Ma il presidente Putin non è uno che scherza: sa benissimo che le minacce fanno parte del gioco, soprattutto quando si è in mezzo a una guerra commerciale.

Dire che la Russia "non è più in grado di andare avanti con il progetto South Stream", il gasdotto lungo 931 chilometri per trasportare il metano russo in Grecia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria e Italia, significa chiudere le porte all'Europa.

E aprirle a nuovi preziosi alleati, come la Cina – è solo di pochi mesi fa l'annuncio di un colossale progetto per portare il gas siberiano a Pechino – o la Turchia.

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Il ruolo della Turchia

Ankara potrebbe essere il principale beneficiario della nuova politica energetica russa, grazie anche a una nuova pipeline, oltre alla già funzionante Blue Stream (che passa sotto il Mar Nero ed è stata costruita da Gazprom ed Eni), che potrebbe passare lungo il confine greco - turco con una capacità annuale di 63 miliardi di metri cubi.

La stessa di South Stream, per capirci. Come dire: la preziosa materia prima destinata all’Europa Meridionale andrà in toto e a "prezzi ridotti" a Erdogan.

Il presidente turco potrebbe gradire. Anche se ha più di un corteggiatore. Guida un paese che si trova al centro di varie autostrade del gas: proprio dalla Turchia, ad esempio, sarebbe dovuto partire Nabucco, il progetto concorrente di South Stream.

Quel gasdotto, che era ben visto da Obama, perché avrebbe portato in Europa il gas di paesi più allineati con Washington, quali la Georgia e l’Azerbaijan, non s'è fatto più: una vittoria, allora, per Putin, grazie anche al sostegno di Berlusconi.

Uno stabilimento Gazprom, il gigante russo del gas – Credits: GettyImages

L'intreccio tra utilities europee e Gazprom
Nabucco avrebbe dovuto trasportare il metano dei paesi caucasici in Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria, mentre un secondo gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) dovrebbe far arrivare il gas azero anche in Grecia, Albania e Italia; un progetto, quest'ultimo, cui partecipano i norvegesi di Statoil, i britannici di Bp, agli azeri di Socar, i francesi di Total e i belgi di Fluxys, che potrebbe invece tornare sotto i riflettori venendo meno South Stream.

Sono gli stessi paesi cui dovrebbe - il condizionale è più che mai d'obbligo - arrivare il gas russo portato con South Stream, un consorzio che vede in prima fila l'Italia con Eni (e la controllata Saipem), che si spartisce la metà delle quote (l'altra è detenuta da Gazprom) assieme ai francesi di Edf e ai tedeschi di Wintershall (entrambi al 15%).

Questi ultimi sono presenti assieme a Ruhrgas, a Gaz de France e agli olandesi di Gasunie in un altro gasdotto già funzionante, costruito e gestito con i russi di Gazprom (alla posa dei tubi ha partecipato anche Saipem): Nord Stream. È la versione baltica di South Stream e porta il gas russo in Germania e Olanda.

Il fratello meridionale, invece, rischia di non vedere mai la luce, anche perché la situazione geopolitica da queste parti è assai più complessa.

Per ora Bruxelles, per bocca della vicepresidente della Commissione Ue al bilancio Kristalina Georgieva, si è limitata a dire che la volontà russa di fermare il progetto conferma l'importanza della "necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento" della Ue.

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L'impatto su Eni e Saipem

Quanto alle conseguenze sulle nostre multinazionali coinvolte, quelle più pesanti dal punto di vista finanziario non riguardano Eni, che è pur coinvolta detenendo il 20% del gasdotto.

Il nuovo a.d. Claudio Descalzi ha recentemente chiarito che il gruppo può impegnarsi per i 600 milioni previsti dal budget, ma non di più, e che sta valutando una possibile uscita dal progetto, allineandosi così alla linea dettata da Bruxelles e respingendo così la fama di più stretto alleato dei russi in Europa.

Una possibilità, tra l'altro, ventilata anche dall'ex a.d. Paolo Scaroni lo scorso marzo, che ha parlato di "futuro fosco" per il progetto.

La botta più grossa, invece, la riceverà Saipem, che ha vinto la gara internazionale per la costruzione della prima linea del gasdotto, quella che va dalla Crimea, passando per i fondali del Mar Nero, alla Bulgaria.

In ballo c’è un contratto da oltre 2 miliardi di euro per realizzare e posare i tubi (ha già inviato due navi per le operazioni in profondità). Una montanga di soldi che rischia di non vedere, se salterà il progetto, anche perché la penale al contratto copre solo una percentuale minima del valore complessivo delle opere.

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