Shell e le altre: le acquisizioni che trasformeranno il mercato dell'energia

Exxonmobil, BP, ma anche Total, Eni, Statoil, Tollow Oil e Premier Oil

BP

– Credits: macana / Alamy

Claudia Astarita

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Da quando il colosso petrolifero dei Paesi Bassi Royal Dutch Shell ha comprato la britannica Bg per 47 miliardi di sterline (quasi 64,34 miliardi di euro) per espandere la produzione di gas colmando il gap con ExxonMobil, ci si interroga su quali potranno essere le prossime acquisizioni sul mercato dell'energia.

Le ragioni di tutto questo interesse per i possibili riassestamenti di un mercato così redditizio sono principalmente due: visto il periodo difficile che il settore delle risorse sta attraversando a causa di un continuo e apparentemente inarrestabile ridimensionamento dei prezzi, un'operazione che promette di concretizzare nuove sinergie per un valore approssimativo di 2,5 miliardi di dollari all'anno non potrà che essere guardata con grande attenzione dalle concorrenti di tutto il mondo. Inoltre, quasi tutti i gruppi hanno registrato nel 2014 un risultato molto negativo in termini di sostituzione delle riserve, il che vuol dire che molti sono giunti alla conclusione di poter crescere più velocemente attraverso le acquisizioni, e non puntando sulla scoperta di nuovi giacimenti. 

Il momento di BP

Gli analisti che si interrogano su chi muoverà il prossimo passo in questo risiko energetico sono già arrivati a una conclusione univoca: BP. Il motivo? La British Petroleum non si è mai ripresa dal disastro della "Marea Nera" del Golfo del Messico, dalle conseguenze dell'esplosione dell'ormai lontano 20 aprile 2010 sulla piattaforma Deepwater Horizon in cui persero la vita undici persone e che provocò una fuoriuscita massiccia di petrolio che la compagnia riuscì a bloccare solo 106 giorni dopo.

Oggi, chi ha bisogno di tagliare le spese ha un solo modo per farlo: aumentare la produzione. E il problema è che al momento questa strategia sembra essere perseguibile (a costi ragionevoli) solo con una fusione. Dopo che Bob Dudley, Presidente e Direttore Generale di BP, ha commentato l'operazione Shell-Bg spiegando che "il mercato delle risorse naturali sta attraversando una fase molto simile a quella degli anni '80 del secolo scorso", che guarda caso corrisponde al periodo in cui si sono concretizzate la maggior parte delle acquisizioni che definiscono il mercato energetico per come è ora (BP comprò Amoco e Arco, Exxon mise le mani su Mobil e Chevron sulla Texaco), diventa ancora più facile credere che anche il colosso inglese abbia già preso di mira il suo possibile nuovo partner.

Due scenari per il mercato energetico globale

Se a tutto questo aggiungiamo da un lato il fatto che l'Iran potrebbe presto fare il suo grande ritorno sul mercato degli esportatori di petrolio (cosa che, di certo, non faciliterà un rialzo dei prezzi), dall'altro che tante altre compagnie potrebbero finire col farsi coinvolgere in questo grande gioco delle acquisizioni per il semplice timore di rischiare, muovendosi in ritardo, di rimanerne fuori o di esserne travolti, ecco che le ipotesi di nuove fusioni diventano ancora più realistiche.

C'è tuttavia una importante distinzione da fare: un'operazione simile a quella che ha dato il via al processo di fusione tra Shell e Bg può avere un solo protagonista, il gigante statunitense ExxonMobil. Che anche grazie a una capitalizzazione di mercato di 360 miliardi di dollari (Shell ne vale 158 di meno) può permettersi di comprare una compagnia grossa, come BP, che gli permetterebbe di creare sinergie vincenti unificando il mercato americano di entrambe. Secondo Nicolò Sartori, l'esperto di energia per l'Istituto Affari Internazionali di Roma, la fusione con BP non va data per scontata, perché ExxonMobil potrebbe essere interessata anche a "rafforzarsi su mercati come quello shale o LNG, o in aree geografiche in espansione dove la sua presenza non è ancora così forte (i.e. Africa orientale)". In questo caso, le compagnie cui mirare potrebbero essere Andarko, Occidental, Hess o Marathon

Gli spazi di manovra delle piccole compagnie

Le compagnie più piccole, invece, non possono ambire a tanto. Ma secondo Pascal Menges, il manager del Fondo Lombard Odier che da Lussemburgo si occupa solo di progetti emergetici, una cosa è certa: se le grandi diventeranno ancora più grandi, anche le medie come Total, Eni e Statoil dovranno fare in modo di ampliare il proprio raggio di azione, per non rischiare di finire con l'essere fagocitate da chi sembra ormai aver imboccato la strada per trasformare il mercato dell'energia in un luogo molto più elitario di quanto già non sia ora. Le loro possibili prede? L'Irlandese Tollow Oil e l'Inglese Premier Oil


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