Aiuto c’è fuga di gas

Gli Usa con le enormi riserve di shale sono al centro di una rivoluzione che cambierà gli equilibri mondiali. E Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, lancia l’allarme: l’Europa rischia di uscirne sconfitta

Paolo Scaroni, ad di Eni (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Guido Fontanelli

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Provate a scrivere «shale gas» su Google: 111 milioni di pagine web trovate. Cinque anni fa, quando gli americani, assetati di metano, inauguravano due terminali sulle coste del Texas e della Louisiana per importare gas dal Qatar e dallo Yemen, quasi nessuno ne aveva sentito parlare. Oggi, dopo la scoperta di grandi giacimenti di gas intrappolato nelle rocce argillose (shale) e delle tecnologie per estrarlo a prezzi convenienti, gli Stati Uniti si  trovano a nuotare in un mare di gas a basso costo, e quei due porti si sono trasformati in terminali per l’esportazione di metano liquefatto verso l’Asia e l’Europa.

È l’inizio di una rivoluzione inaspettata e grandiosa, che ridisegna la mappa planetaria dell’energia e modifica i rapporti di forza tra grandi potenze. Porterà anche prezzi più bassi in Europa e in Italia? Paolo Scaroni, 66 anni, amministratore delegato dell’Eni (tra i primi 10 colossi del petrolio con 79 mila dipendenti in 90 paesi), risponde «sì, ma non abbastanza». Il numero uno del Cane a sei zampe è appena arrivato a New York per partecipare alle celebrazioni dell’Anno della cultura italiana negli Stati Uniti, di cui l’Eni è sponsor. Proviene da Washington, dove ha incontrato alcuni esponenti dell’amministrazione Obama, tra cui il vicesegretario di Stato William Burns, e le sue previsioni sul futuro dell’Europa sono tutt’altro che rosee. «Negli Usa l’aumento dei prezzi del metano, avvenuto negli anni Duemila, ha stimolato lo sviluppo di tecnologie di perforazione orizzontale e di frantumazione delle rocce che hanno reso efficiente da un punto di vista economico la produzione di shale gas. Il risultato è che oggi l’America può contare su  riserve praticamente illimitate di gas a prezzi che sono un terzo di quelli europei, mentre l’elettricità costa la metà che da noi».

Con quali conseguenze?
Negli Usa una caloria da gas costa un quinto rispetto a una caloria prodotta con la benzina. Questo significa che la benzina ormai è confinata solo ai trasporti, e forse anche lì verrà insidiata dal metano. Mentre nel resto della produzione di energia il gas ha spiazzato carbone e nucleare. In concreto vuol dire che l’America è diventato un continente molto attraente per tutte le industrie che, nel mondo, fanno un uso intensivo di energia: infatti in molti stanno già spostando i loro investimenti negli Usa, provocando una colossale reindustrializzazione. E tutto ciò va a detrimento dell’Europa che, oltre ad avere costo del lavoro più alto e tasse più elevate, si ritrova pure con un costo dell’energia fuori mercato. 

Ma lo shale gas americano arriverà anche in Europa, abbassando i prezzi…
Sì, un ribasso limitato dei prezzi c’è già stato. Ma anche se l’amministrazione Obama, come sembra, autorizzerà l’export di gas verso l’Europa, il metano dovrà essere liquefatto e trasportato e il suo prezzo inevitabilmente sarà più alto che negli Usa.

Ci sono tanti giacimenti di shale gas in giro per il mondo, anche in Europa…
Peccato che di shale gas in produzione fuori dagli Stati Uniti ce ne sia pochissimo, a oggi. Io penso che esistano giacimenti con le condizioni geologiche per essere sfruttati in modo economico: dopo avere acquisito ancora nel 2008 un piccolo produttore di shale gas del Texas, per impadronirci della tecnologia, noi dell’Eni abbiamo fatto investimenti in Polonia, Ucraina, Tunisia, Algeria, Pakistan alla ricerca di shale gas. Stiamo esplorando anche in Cina, insieme alla China petroleum corporation, nostro nuovo partner in Mozambico. Ci sono però anche precedenti poco confortanti: Exxon e Conoco Philips hanno abbandonato la Polonia. E sull’Europa pesano comunque le condizioni ambientali e legali (il sottosuolo appartiene allo stato e non a chi possiede i terreni) che rendono più complessa l’estrazione.

Allora siamo messi veramente male, l’Europa che fine farà?
O creiamo le condizioni per lo shale gas o dobbiamo pensare ad altre opzioni, fra le quali il nucleare. Non vedo molte alternative, se vogliamo davvero creare lavoro e crescita. Soldi, tecnologia e imprenditori hanno le gambe: se in Europa le condizioni non cambiano, vanno via, negli Usa o altrove.

Il gas convenzionale che importiamo dall’Algeria, dalla Libia e dalla Russia, in realtà costerebbe meno dello shale gas. Dovremmo convincere questi paesi ad abbassare i prezzi…
Certo, noi che siamo il primo fornitore di gas in Europa già stiamo rinegoziando i contratti a lungo termine. Ma per garantire da un lato prezzi più bassi e dall’altro la certezza degli approvvigionamenti, che questi vecchi contratti assicuravano, occorre che i paesi europei creino delle partnership completamente nuove con i paesi produttori. Insomma, ci vogliono scelte politiche strategiche lungimiranti.

L’Algeria o la Russia sono pronte ad accettare di incassare meno per il gas?
Ogni paese è un caso a sé, che dipende dalla qualità del gas che produce o dalla situazione locale. L’Algeria per esempio può contare su una forte domanda che sale nel Nord Africa, mentre la Russia può aumentare le vendite verso l’Asia. Comunque è sicuro che dovranno abituarsi a competere con lo shale gas americano trasportato in Europa.

E noi dovremmo costruire nuovi rigassificatori?
Noi chi? L’Italia? Lo escluderei. Mentre nel nostro Paese ne abbiamo costruito uno, la Spagna ne ha fatti nel frattempo sette. Per ogni infrastruttura sentiamo il parere di ogni piccola realtà e intanto il Giappone, che ha una situazione più sismica di noi, ne ha 24.

Almeno potremmo interconnettere meglio la rete di tubi che attraversano l’Europa…
Sì, questo garantirebbe una maggiore sicurezza. Ma ricordiamoci che le infrastrutture costano e il loro costo ce lo troviamo nella bolletta.

Allora andremo a carbone?
Uno degli effetti dello shale gas è stato abbassare del 30 per cento i prezzi del carbone, che gli Usa non usano più, e che noi in Europa ancora utilizziamo moltissimo. Ma costruire nuove centrali a carbone è difficile, a causa dei problemi di inquinamento per l’alta emissione di CO2.

A parte shale gas e nucleare, ci sono le energie alternative: state investendo in questo settore?
Intanto nel 2005 abbiamo deciso di riportare tutta l’attività di ricerca e sviluppo, che era concentrata in una società, la Eni Tecnologia, all’interno delle singole divisioni operative, perché la ricerca fosse al servizio del business. Quelle attività non riconducibili alle divisioni, come per esempio la ricerca sul solare, sono finite al nostro Centro Donegani. Abbiamo poi stretto una collaborazione con il Mit di Boston: il nostro obiettivo è lavorare per sostituire il silicio con i polimeri e migliorare così l’efficienza dell’energia solare prodotta. In questo senso abbiamo creato l’Eni awards, che da alcuni anni premia i migliori scienziati del mondo nel campo dell’energia e dell’ambiente: alcuni sono diventati dei premi Nobel. Ma c’è ancora molta strada da percorrere. A oggi, queste energie sono lungi dall’essere competitive con gli idrocarburi.

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