Sergio Marchionne e il piano Marshall italiano

L'ad del Lingotto ieri a Firenze ha straparlato. Ma su Fiat, invece, ha fatto promesse importanti

Sergio Marchionne a Detroit (Credits: Bill Pugliano/Getty Images)

Sergio Luciano

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"Un piano Marshall italiano": solo lui, solo Marchionne poteva inventarsela, una cosa così. Come dire un igloo senegalese, un canguro boliviano, un delfino tibetano: insomma, un accostamento surreale, il padre di tutti gli ossimori. Ma Sergio Marchionne ci ha abituato a questo e altro. Ed in fondo va bene così. Soprattutto perchè, riconosciamoglielo: ha salvato la Fiat che stava fallendo, l’ha triplicata di dimensioni, e proprio adesso che sta facendo il buono e non vuole più nemmeno chiudere le fabbriche italiane (fino al prossimo contrordine), la Uaw, i sindacati americani che tanto ama, sta per scucirgli – in cambio del loro 42% della Chrysler - più soldi di quanto ne avrebbe spesi assecondando per 25 anni le più esose richieste della Fiom-Cgil... bisogna comprenderlo, se è un po’ nervoso, Marchionne!

E quindi chiudiamo un occhio su questo suo appello per "un piano Marshall italiano" lanciato ieri a Firenze, durante la prima riunione confindustriale alla quale ha accettato di aderire dopo aver sfancomandato a quel paese la confederazione (lo vedete che è ridiventato buono?). Ebbene, il capo della Fiat ha chiesto scusa a Firenze, per averla definita "piccola povera città" ed al suo sindaco, Renzi, uno "che si crede Obama ma non è Obama". Non ha mai detto niente di tutto questo, è stata colpa di un giornalista (ah, vabbé). Quindi, ha fatto pace con la Confindustria, ha fatto pace con Firenze e poi ha fatto casino su Marshall.

Già, perché il piano "European recovery program", varato dal segretario di Stato americano George Marshall nel ’47 per sostenere la ricostruzione europea dopo la Seconda Guerra mondiale, comportò la spesa di 17 miliardi di dollari dell’epoca, qualcosa di colossale, di difficile attualizzazione ma nell’ordine delle decine di miliardi di euro ai valori di oggi, che l’America ci regalò per farceli spendere comprando i suoi prodotti. Insomma, un piano incardinato sul fatto che c’era un Paperone che pagava. E in Italia, oggi, chi paga? Forse Marchionne, devolvendo una fettina delle sue stock-options?

Bisogna capirlo, però, davvero, Marchionne. Per due o tre mesi "s’é tenuto". A Torino dicono che Jaki lo abbia tirato per il maglioncino e gli abbia detto di prendersi un po’ di riposo e non straparlare ogni giorno a manetta. Però a tutto c’é un limite, e "quanno ce vo’, ce vo’". Quindi, ieri non ce l’ha fatta più ed ha parlato a profluvio.

La vera apoteosi nelle esternazioni di ieri del capo della Fiat è stata l’agenda che ha dettato al governo Letta: dopo aver citato Oscar Wilde, Mark Twain, Roosevelt, Luigi Einaudi e Machiavelli e – tanto per non privarsi di niente - aver dato il fatto suo all’Europa ("Tutti i problemi di un progetto incompleto sono venuti al pettine": accusa peraltro giustissima), Marchionne ha spiegato come si fa a governare bene: "Scegliete le cinque cose più importanti, quelle che possono veramente influire sulla vita delle persone. Datevi 90 giorni di tempo per realizzarle e poi passate alle cinque successive". E chi ci avrebbe mai pensato!

Insomma, questo Marchionne se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Un po’ come quando Berlusconi suggerì ai giovani di sposare i suoi figli per risolvere i propri problemi economici. Ma almeno il Cavaliere sapeva di star scherzando.

Ma allora quello di Marchionne a Firenze è stato uno show? No, basta scherzare, adesso. Sulla Fiat ha detto due o tre cose importantissime. Ha detto che in tre o quattro anni conta di riportare al pieno impiego tutti i lavoratori degli stabilimenti italiani, risolvendo il problema della sovraccapacità produttiva e di raggiungere "finalmente" il pareggio anche in Italia ed in Europa, grazie a un "piano per l’Italia che già nei prossimi 24 mesi porterà ad un significativo aumento dell’attività produttiva". Siccome è vero che straparla, ma è anche vero che fa e anzi strafà, ed è vero che ha salvato la Fiat e che, dopo averlo minacciato ai quattro venti, non ha finora chiuso nient’altro che Termini Imerese (forse davvero insalvabile) merita credito.

Il "piano Marshall" che ci basta che lui attui è quello dentro la Fiat: riprendere a fare belle macchine – ancora ieri dice di aver tentato di venderne una a Renzi, che s’é guardato bene dal comprarla, ma dovesse servire per diventare premier ne comprerebbe una bisarca – e continuare a far quadrare i conti Fiat. Fin quando Marchionne continuerà a salvare la Fiat così, se proprio ogni tanto ha bisogno di sfogarsi e di giocare al piccolo statista, lasciamoglielo fare. Se no Crozza con quali argomenti potrebbe continuare a sfotterlo?

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