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Sergio Marchionne in Chrysler è una rockstar

L'altra faccia di Sergio Marchionne che in America, dove si parla pochissimo di cosa sia Fiat in Italia, è osannato dai dipendenti

Sergio Marchionne nella sede della Chrysler (Credits: Bill Pugliano/Getty Images)

A Detroit Marchionne è una "rockstar". È un tormentone, nessuno si stanca di ripeterlo: è l'uomo che ha operato una trasfusione di sangue alla morente Chrysler salvando tanti posti di lavoro e che raccoglie ovazioni, saluti, strette di mano calorose quando visita gli stabilimenti.

Una fotografia ben diversa dall'Italia degli scioperi, della cassa integrazione, degli operai in mobilità per assumerne altri , del lavoro che va in frantumi, della paura del futuro.

TUTTO SU SERGIO MARCHIONNE

Allo stabilimento Chrysler di Toledo in Ohio, a un centinaio di chilometri di Detroit, dove vengono prodotte la Jeep Wranglers e la Jeep Liberty che sta per essere sostituita da un nuovo modello di Suv, c'è l'altra faccia della Fiat.

Qui il futuro ha ripreso a battere dopo il 2009, dopo la bancarotta del gruppo americano e l'acquisizione di una crescente quota da parte del Lingotto.

Dalla expertise del gruppo torinese è arrivata la World Class Manufacturing, metodologia produttiva che ha cambiato in meglio il lavoro degli operai.

Tony Days, da tre generazioni e da diciotto anni operaio alla Chrysler di Toledo, dice: "il cambiamento è stato drastico, non è stato semplice imparare una nuova metodologia ma adesso mi sento molto più coinvolto nel processo produttivo rispetto al passato. L'arrivo del nuovo gruppo ha salvato me e la mia famiglia. Quattro anni fa abbiamo avuto molta paura, tutti hanno avuto paura di perdere tutto".

E gli fa eco George Pugh, quarta generazione di impiego in Chrysler, che si dice soddisfatto e fiero di lavorare con la nuova azienda.

Solo attraverso Indeed.com, un sito internet per la ricerca di lavoro, qualcuno lamenta dei turni di lavoro pesanti e pause troppo brevi ma tutti benedicono il posto e lo stipendio.

I turni in fabbrica sono di dieci ore, pagati 28,32 dollari all'ora ai vecchi impiegati e 15,35 ai nuovi, dice Daniel Henneman, presidente locale dell'United Auto Workers, il sindacato americano per il settore auto. "Nel 2009 il numero degli impiegati era sceso a 1.752 dai 3.000 dell'anno prima. Oggi siamo a 1.750 ma l'azienda è pronta ad assumerne altri 1.100 l'anno prossimo", continua Henneman, mentre alle sue spalle campeggia la sagoma di una macchina con l’autografo di Obama. “Mr. Marchionne è una persona informale e di poche parole, è venuto un paio di volte nello stabilimento ma ogni trimestre spedisce una lettera in cui descrive i progressi dell'azienda, che viene messa a disposizione di tutti. Quando arriva in fabbrica si sofferma un po' a parlare con gli operai e poi torna a lavorare. Credo sia un workaholic".

In mezzo  alle catene di montaggio, dove vengono assemblate le Jeep, nessuno immagina cosa stia succedendo in Italia. Non c’è eco sui giornali americani della chiusura degli stabilimenti, del lavoro a rischio. E non solo in fabbrica; anche a Detroit, attorno al raffinato Dime Building, oggi soprannominato Chrysler Building, o tra le gallerie e i musei, negli ambienti delle cultura della Motorcity - che come una beffa ricorda tanto Torino nella sua austera eleganza - Marchionne è Mr.Serg-iìo, la “rockstar”. Non viene usata altra definizione. Atteso nei principali eventi della città e applaudito nelle fabbriche, suscita la stessa passione ma di segno contrario, a quella che riscuote nella "sua" Italia.

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