Seat Pagine Gialle, storia di una crisi

Con il concordato preventivo dell'azienda si archivia un pezzo di storia del costume italiano. Quello degli elenchi telefonici, spolpati dalla finanza disinvolta

(credit: ImagoEconomica)

Giovanni Iozzia

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Prometteva di trovare la soluzione ad ogni problema, con una semplice telefonata e la faccia svagata di Claudio Bisio, ma non è riuscita a trovarne una per i suoi bilanci dissestati. Non basta chiamare l’892424 per far sparire la montagna di debiti che ha sommerso Seat Pagine Gialle, la società che ha chiesto il concordato preventivo e in Borsa è arrivata a valere quasi zero: con debiti in scadenza per 200 milioni e solo 100 milioni in cassa il consiglio d’amministrazione presieduto da Guido De Vivo ha gettato la spugna. Una brutta caduta che porta al capolinea un marchio storico e archivia un pezzo di memoria nazionale.

Quando il telefono era soltanto fisso, magari attaccato a una parte di casa, Seat era semplicemente la compagnia degli elenchi telefonici, quei volumi che di solito stavano in indimenticabili mobiletti inventati per sostenere l’apparecchio telefonico, appunto, vicino alla rubrica di carta e qualche piccolo ricordo di un viaggio all’estero. Arrivavano una volta l’anno, aspettavano impilati nell’androne del condominio ed erano allora strumenti utili se non addirittura necessari per mettersi in contatto con il resto del Paese. Piccola storia quotidiana che comincia durante il fascismo, attraversa il dopoguerra e il boom economico, lievita con le dimensioni degli elenchi che nelle grandi città diventeranno due bei tomi, incrocia la stagione delle privatizzazioni disinvolte prima e la bolla Internet d’inizio millennio dopo, per finire fagocitata dalla finanza predona.

Seat, Società Elenchi Abbonati al Telefono, cominciò a pubblicare gli elenchi nel 1926, sul modello delle Yellow Pages americane, e infatti anche da noi ad un certo si sarebbe cominciato a parlare di directory. Era una grande società di Stato che 70 anni dopo la sua nascita diventa privata: il Tesoro nel 1996 incassa 1.643 miliardi di lire (circa 850 milioni di euro) da Ottobi, un nobile gruppo di investitori che comprende Telecom Italia, Bain capital, Banca Commerciale Italiana, De Agostini, Investitori associati, Bc Partners, Cvc, Abn Amro ventures e Sofipa. Sembra l’inizio di una nuova era.

Seat è un campione in piazza Affari. Siamo in piena euforia da New Economy, basta dire web e i valori si moltiplicano per incanto.  Èinvece l’inizio della vorticosa giostra finanziaria che porterà la società al disastro di oggi. Nel 2000, solo quattro anni dopo la privatizzazione, Telecom paga a Ottobi 13mila miliardi di lire, quasi 10 volte il valore della privatizzazione. Seat viene fusa con Tin.it (la web company della compagnia tlc) ma tre anni dopo viene scorporata e ceduta a una nuova cordata, questa volta tutta di fondi (Permira, Cvc, Investitori associati e Bc partners) che compra a debito, mettendo le premesse per creare la situazione “insostenibile” d’inizio 2013. In parole povere i fondi hanno continuato a far indebitare Seat, mentre il management non riusciva a darle una strategia decisa, e a spremerla con lucrosi dividendi per poi lasciarla sfinita sul terreno. Un caso negativo da manuale per studiare i comportamenti delle locuste della finanza capaci di creare valore solo per sé (e al massimo per gli avvocati che si raccolgono attorno al corpo assediato).

Forse intendeva questo il cavaliere Roberto Colaninno quando in tempi non sospetti (marzo 2000, l’anno dell’Opa su Telecom) diceva: «Seat-Tin.it è market friendly, a vantaggio di tutti gli azionisti e soprattutto crea valore»? Certo è che per singolare concidenze Seat arriva al capolinea nello stesso momento in cui sembra giunta a una svolta anche la vicenda Alitalia, brillante operazione di privatizzazione condotta dalla Cai presieduta da Colaninno.

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