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Scorie nucleari, il piano di Sogin per convincere gli italiani

L'Europa ci obbliga a riaprire il capitolo del Deposito unico. L'amministratore delegato Riccardo Casale spiega perché questa sarà la volta buona

Gianluca Ferraris

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Si chiama Deposito unico di scorie radioattive e, c’è da scommetterci, sarà uno dei protagonisti della prossima stagione politica alla voce Nimby, not in my backyard. Il dibattito politico per ora si è tenuto prudentemente alla larga dal tema, ma le tappe del cammino sono già definite nei dettagli a Bruxelles, che segue da vicino il tema, non è disposta ad ammettere ulteriori ritardi: entro il 2025 l’Italia dovrà dotarsi di un sito adatto a custodire, tutti insieme, i circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi prodotti dalla ricerca scientifica, dalla medicina, dall’industria e soprattutto dalla chiusura, ormai risalente a quasi 30 anni fa, degli impianti nazionali.

Il 4 giugno scorso l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha pubblicato le linee guida tecniche propedeutiche alla scelta del sito che dovrà essere sismicamente stabile, lontano da dighe e falde acquifere, al di fuori di aree naturali protette, ad almeno dieci chilometri da coste marine e grandi città. Entro sette mesi da allora, e cioè per l’inizio dell’anno, toccherà alla Sogin, la società pubblica incaricata della costruzione, trasformare quei criteri in una lista di aree potenzialmente idonee per poi arrivare, il prima possibile, all’individuazione del comune cui toccherà in sorte l’impianto di stoccaggio. Riccardo Casale, amministratore delegato della Sogin dallo scorso autunno, si dice sicuro che «stavolta non finirà come a Scanzano Jonico»: il riferimento è al paese lucano scelto nel 2003 dal governo Berlusconi per ospitare il deposito, idea accantonata dopo la rivolta di sindaco e abitanti.

Intanto sono passati altri 11 anni, e del deposito non c’è traccia. Sogin è nata nel 1999 con il solo scopo di smaltire le scorie: come vi proponete di completare in 11 anni quel che non siete riusciti neanche a cominciare in 15?
Con un cambio di passo, dettato da tempi che ormai sono molto stretti, e che ha visto la Sogin trasformarsi e snellirsi, per stare sul mercato anche dopo la fine della nostra mission.

Finora avete speso il doppio di quanto preventivato alla vostra nascita.
Siamo stati i primi in Europa a fare decommissioning perché siamo stati anche i primi a spegnere gli impianti, quindi credo che all’inizio qualche errore e alcune lentezze fossero da mettere in conto. Per la stessa ragione credo che l’impegno economico giudicato necessario all’epoca sia stato sottostimato. Anche in Francia i costi sono lievitati parecchio, e in Inghilterra, come per alcune centrali tedesche, sono stati addirittura superiori ai nostri.

Ora quanto vi siete snelliti?
Molto. I risultati del primo semestre 2014 segnano una svolta nelle prestazioni della Società. Malgrado le oggettive difficoltà incontrate in questi sei mesi, abbiamo registrato la migliore semestrale di sempre. In questo periodo abbiamo infatti rilanciato le attività di smantellamento e ottenuto una riduzione dei costi. Quelli efficientabili sono scesi del 26% con un taglio drastico delle consulenze esterne. Inoltre l’azionista, il MEF, ha in parallelo provveduto a rinnovare l’intero collegio sindacale e la società di revisione. Non siamo più quelli di prima.

Quelli, per intenderci, che hanno subappaltato 98 milioni di lavori alla Maltauro Costruzioni, finita al centro delle indagini sulla cupola Expo e dotata, secondo gli inquirenti, di un certo potere persuasivo anche sui vertici di Sogin?
Errori che affondano le loro radici nella passata gestione. Comunque abbiamo messo alla porta i dirigenti responsabili di quei contatti. Ancor prima di apprendere delle indagini della Magistratura avevamo concluso una due diligence in base alla quale avevamo consegnato un esposto alla Procura di Roma. Questa è trasparenza.

Trasparenza. Lei quanto guadagna?
Guadagno 192 mila euro lordi. Il recente limite fissato dalla normativa per questo incarico in Sogin.

Non è malaccio, comunque.
Il mio predecessore prendeva quasi il triplo.

Mi sta dicendo che crede in questo incarico.
Ci credo.

Allora mi dica come intende procedere per schivare una nuova Scanzano.
Scanzano è stato un episodio infelice soprattutto dal punto di vista comunicativo. Noi vogliamo cambiare rotta costruendo consenso, informando, dibattendo e puntando tutto sulla massima trasparenza in ogni passaggio.

L’idea che un profano si fa del deposito unico è che ogni governo cerchi di procrastinare la decisione, sperando che non tocchi a lui scegliere dove piazzarlo per non avere a che fare con sindaci e comitati imbufaliti.
Ammesso e non concesso che in passato sia andata davvero così, ormai i tempi si sono fatti strettissimi.

Perché?
Oggi i nostri rifiuti sono custoditi nei vecchi impianti, che ci costano parecchi milioni di euro l’anno e necessitano di manutenzioni continue. Per quanto riguarda invece il combustibile nucleare, il 98 per cento è stato trasferito nei centri francese di Le Hague e in quello inglese di Sellafield, che hanno convenzioni in scadenza nel 2025.

E poi torneranno qui?
Esatto. Una ragione in più per fare il Deposito nazionale entro quella data.

Quali tappe ci attendono prima della costruzione?
Stiamo mappando l’intero territorio nazionale. A gennaio consegneremo la nostra lista di aree potenzialmente idonee ai ministeri competenti, oltre che all’Ispra.

Quanti comuni potrebbe comprendere?
Si tratta di macroaree che possono includere anche mezza provincia, non di confini geografico-amministrativi. In questa fase non esistono comuni, ma solo aree in grado di soddisfare i parametri.

Ci dia qualche indizio.
Stiamo applicando i criteri, pertanto non sappiamo quali aree saranno potenzialmente idonee. Ciò che è certo è che saranno ampie, in numero considerevole e probabilmente toccheranno molte regioni della nostra penisola.

Una volta localizzate queste macroaree cosa succederà?
Come le dicevo, trasmetteremo la Carta delle aree potenzialmente idonee agli organi competenti per ricevere le eventuali osservazioni e, subito dopo la pubblicazione, organizzeremo il Seminario nazionale con tutti gli attori coinvolti.

Di cosa si tratta?
Ci ispireremo al modello di débat publique francese. Gireremo per le città, convocheremo tavole rotonde e discuteremo con tutti: sindaci, enti locali, residenti, associazioni ambientaliste, comitati, responsabili dell’ordine pubblico. Sono ottimista.

In che senso?
Se agiremo con trasparenza, se ascolteremo tutti e verremo ascoltati da tutti, senza pregiudizi, confido vi saranno candidature spontanee ad ospitare il deposito.

Cioè comuni che sgomitino davanti per ospitare il sito? Non è credibilissimo.
Sa che in Svezia, patria dell’ambientalismo moderno, due città sono arrivate a darsi battaglia perché entrambe volevano il deposito?

Qui siamo in Italia, terra di No-Tav, No-Tap, eccetera. Ribadisco: nessuno vorrà scorie nucleari nel giardino di casa sua.
La gestione dei rifiuti radioattivi è quella che prevede in assoluto i più alti standard internazionali di sicurezza. Se lo si fa al meglio, come è nostro dovere farlo, non c’è di che preoccuparsi.

Prego?
Non sotterriamo mica bombe atomiche, ma residui immobilizzati in matrici di cemento all’interno di contenitori d’acciaio. A livello di affidabilità e costi non c’è paragone con la situazione attuale che vede questi rifiuti sparsi in decine di siti sul territorio nazionale: Il deposito nazionale sarà una struttura unica, progettata per resistere tre secoli, fino al completo decadimento radiologico dei rifiuti.

Ribadisco: non ce li vedo i sindaci italiani a fare a botte come in Svezia per aggiudicarsi il cimitero nucleare.
E perché no? Le discariche dei rifiuti urbani sono sparse su tutto il territorio nazionale, non sempre efficienti, e muovono 31 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Qui parliamo di appena 90mila metri cubi da ospitare in un’infrastruttura ambientale di ultima generazione, capace oltretutto di trasformarsi in un volano occupazionale per il territorio, sia in fase di costruzione che a regime, quando creerà almeno 400 posti di lavoro più altrettanti nell’indotto. Non è poco, soprattutto in un momento come questo.

Non sono previste compensazioni aggiuntive, come opere infrastrutturali e un taglio della bolletta per i residenti?
Su questo dovrà decidere il governo, tenendo anche conto che è previsto che il deposito nazionale sia compreso all’interno di un parco tecnologico. Io non parlerei di compensazioni, piuttosto di benefici: per esempio auspico che il deposito possa diventare un hub attorno al quale far ruotare ricerca, innovazione, lavoro qualificato.

Quanto costerà il nuovo sito?
Sui giornali ho letto cifre di ogni tipo: in realtà l’ordine di grandezza sarà compreso fra il miliardo e il miliardo e mezzo, a seconda del progetto.

Soldi che arriveranno da un rincaro delle tariffe elettriche, visto che buona parte del funzionamento di Sogin è finanziata da un prelievo medio di 3 o 4 euro annui sulla bolletta?
Verosimile, ma anche questa non è una decisione che spetta a Sogin. Ma nel caso si tratterebbe di ritocchi pari a un caffè o due l’anno per un’utenza media.

Ultima domanda: i tempi.
Se la fase preliminare non ha intoppi e manteniamo l’iter autorizzativo entro i quattro anni, saremo pronti tra il 2025 e l’inizio del 2026, per poi completare il decommissioning di tutte le vecchie centrali e impianti nucleari entro il prossimo decennio.

Sicuro di farcela?
Dobbiamo farcela.

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