Salvatore Mancuso, la scommessa del siciliano che si compra i tedeschi

Salvatore (di nome e di fatto) Mancuso ha costruito una carriera risanando imprese. Ora con il suo fondo Equinox partecipa all’acquisizione in Germania dei magazzini Adler. Ma resta l’incognita Alitalia

Salvatore mancuso nella elaborazione grafica di Stefano Carrara

Sergio Luciano

-

«La voglia di cambiare ce l’ho per carattere» riconosce, ed è il suo unico modo di ridimensionarsi, perché per il resto si piace e non lo nasconde. Ma a Salvatore Mancuso bisogna lasciare il diritto di piacersi: è un imprenditore italiano che di questi tempi, con una cordata di altri italiani, sta comprando la Adler Modemärkte, quotata a Francoforte, che fa distribuzione al dettaglio. Un po’ come insegnare ai galli il chicchirichì. Ed è uno dei pochissimi finanzieri che hanno saputo rendersi indipendente. Rilanciando sempre la sfida e vincendole finora (quasi) tutte. Un cane sciolto nel salotto ammuffito della finanza italiana, riconosciuto però, e rispettato dal sistema per i risultati. L’uomo degli ossimori: sicilianissimo per accento, gusti e carattere, internazionale per lavoro e cultura; fama di litigioso (celeberrimo lo scontro con Alessandro Profumo, ruvidi oggi i rapporti con Roberto Colaninno), ma capo paterno di un gruppo stabile e affiatato. Mattatore e delegante. Adorato e detestato.

A 21 anni esordisce come impiegato di banca nella Sicilcassa, vicino al suo paese, Sant’Agata di Militello. Brucia le tappe, ma quando lo mandano a dirigere la prima filiale, a 26 anni, i bancari scioperano per otto giorni, si ribellano contro il direttore ragazzino. È andata a finire che ancora oggi gli mandano la cassata a Natale. Dopo nove anni, troppo giovane per ulteriori promozioni in Sicilcassa, va a rilanciare la Rodriquez, quella degli aliscafi. Che sotto la sua guida decolla, viene comprata da Carlo De Benedetti, arriva in borsa. Nel 1991 si butta in un’impresa che tutti gli sconsigliano, risanare la conglomerata Gerolimich-Unione Manifatture, subholding industriale del gruppo Cameli (marchi cone Sweda, Ercole Marelli, Landini). Una situazione infernale.

Per salvare la Landini, per esempio, fa il funambolo: apre un’assemblea e la lascia aperta settimane, arriva a fingere un malore per riuscirci, ma ha ragione lui. I creditori firmano, i concorrenti che lavoravano per il fallimento rosicano. Poi passa al gruppo Varasi, anche lì risanamento alla disperata, attività internazionali, quasi una guerra con i sindacati alla francese Sediver, che alla fine verrà ristrutturata. Poi due anni nel tunnel dell’Iritecna, anch’essa risistemata come meglio si potesse (ma fu una tragedia nel mondo dei boiardi), poi il rifiuto (a 43 anni) di diventare vicepresidente dell’Iri e il varo della società lussemburghese di investimento Equinox, attiva nel private equity.

Con la sua Equinox mette oggi dei soldi italiani in Germania. Per questo scommette su hi-tech e ricerca, puntando su Esaote e Sorin, e guadagnandoci. «Entusiasmo, passione, capacità di coinvolgere e convincere il prossimo» sintetizza su se stesso. Eclettico ma costante, si potrebbe aggiungere. Oggi, Germania a parte, è alle prese con la sfida suprema: il risanamento dell’Alitalia. Giunto a una svolta cruciale. Se ci riesce, santo subito.

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti