Saipem, l'insider trading e le verità non dette

In Italia, Paese dei 'furbiziolatri', la sanzione reputazionale non scatta mai. Ma l'effetto bisca è gradevole per chi vince, non certo per chi perde

Il logo di Saipem. Il titolo della società il 30 gennaio è crollato in Borsa con il profit warning sull'utile 2012 e 2013. Ha perso il 34,29% scendendo a 20 euro: in una seduta la capitalizzazione è scesa da 13,5 a 8,8 miliardi di euro. Gli azionisti, tra cui lo stato attraverso Eni, hanno visto andare in fumo 4,7 miliardi di euro (Credits: ANSA)

Sergio Luciano

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La domanda è una sola: la “soffiata” ha lasciato tracce o non ha lasciato tracce? Già, si riuscirà a scoprire chi ha fatto la soffiata grazie alla quale Bank of America Merrill Lynch (Bofa) ha venduto azioni Saipem per 315 milioni di valore (a 30,65 euro per azione) giusto un giorno prima che la società emettesse un “profit warning” così disastroso da far crollare il titolo del 34%?

Si saprà facilmente – almeno, si spera – chi è il cliente che ha venduto tramite Bofa; molto più difficile sarà sapere “come mai” il cliente ha venduto. Se lo racconterà spontaneamente (intanto la Consob per lunedì 4 febbraio ha convocato i vertici della società proprio per avere chiarimenti sulla vicenda che ha gettato sconcerto sul mercato), se - preso da crisi di coscienza - deciderà di rivelare il nome della “talpa”, rimettendoci il guadagno, la reputazione e i soldi di una maxi-multa, lo si saprà presto. Altrimenti, inizierà una lunga e complicatissima indagine di polizia giudiziaria alla ricerca della prova del “passaggio proibito dell'informazione”, che può essere stato anche soltanto un banalissimo colloquio verbale tra due persone, magari in un affollato bar del centro, tra frastuono di macinacaffè, vocio di avventori e rumori di strada.

Vien voglia di scandalizzarsi, di gridare “al ladro”, perchè sono questi i casi in cui ci si ricorda che ad essere “uguale per tutti” è la legge (o almeno dovrebbe) ma non la Borsa. Sono questi i casi in cui si tende a fare confronti un tanto al chilo e strepitare che, all'estero, ben altra è l'efficienza delle Consob che vigilano sui mercati, della magistratura societaria e degli altri vigilanti, sfusi e a pacchetti, teoricamente “di vedetta” contro i lupimannari dei listini. Ma sono sciocchezze. In realtà, l'insider trading è un reato divertente – per chi lo fa guadagnandoci ma anche per chi lo analizza in punto di diritto - perchè è la “realtà aumentata” della competenza. È un reato ideologico, come peraltro tanti reati connessi al mondo dei mercati e della borsa, ma come lo sono anche tante altre violazioni, come quella di chi se guida l'auto a 17 anni e 364 giorni commette un reato e guidandola a 17 anni e 366 giorni invece no.

Proibire l'insider trading significa proibire a chiunque apprende una notizia riservata sulla vita di una società perchè ne fa parte o ci lavora insieme, o comunque per ragioni connesse a una sua personale condizione di vantaggio rispetto al mercato finanziario, di usarla a proprio vantaggio. Un po' come proibire al cuoco di un ristorante di non mangiare il pesce avariato che sta cucinando, e anzi ordinargli di mangiarselo anche lui come gli ignari clienti al quale verrà propinato. Sarebbe giusto per i clienti, ma insensato per il cuoco che – semmai – dovrebbe dimettersi dal ristorante, sbattere alle sue spalle la porta della cucina, irrompere nella sala e gridare a tutti: “Non mangiate quel pesce, è avariato!”.

Un po' come avrebbe dovuto forse fare la Saipem, emettendo il suo profit warning nel preciso momento in cui gli organi societari competenti – chissà se, in questo caso, il consiglio d'amministrazione o soltanto il vertice operativo - ne hanno preso coscienza. Ma esiste sempre, comprensibilmente e inevitabilmente, uno “spread” temporale tra quando una notizia finanziaria “price-sensitive” diventa nota ai pochi che gestiscono l'azienda e il momento in cui viene resa pubblica, con tutti i crismi – peraltro in Italia ridicolmente burocratici – con cui la normativa (anche quella della Consob) prescrive che si debba fare la cosa più ovvia, semplice (e rara) del mondo: dire la verità.

È chiaro insomma che la legge fa bene a proibire l'uso di informazioni riservate a chi, lavorando per una determinata società o per una banca o un advisor che lavora per essa, apprende prima del mercato notizie riservate capaci di influenzare il valore del titolo in Borsa. Ma è altrettanto chiaro che chi queste informazioni riceve tende a usarle. E a usarle prima che il mercato le conosca, altrimenti l'effetto-vantaggio svanirebbe. Effetto-vantaggio particolamente odioso quando la notizia riservata, utilizzata dall'inside trader, fa guadagnare solo lui; penalmente grave eppure umanamente più comprensibile se il privilegiato che riceve la notizia prima del tempo usandola si limita a non perdere soldi...

Cosa avrebbe dovuto fare, in teoria, per essere corretto, il misterioso cliente di Bofa, appresa la notizia dell'imminente, disastroso profit-warning di Saipem? Avrebbe dovuto essere talmente stoico, come Seneca, come Muzio Scevola, da assistere impassibile al procedere naturale di un evento di mercato che prevedeva stesse per mangiargli 100 milioni di euro... Oppure, se avesse voluto essere davvero il campione del mondo della trasaprenza, avrebbe dovuto saltar su – come il cuoco dell'esempio di cui sopra – e gridare al mondo, magari dalle telecamere della Cnbc o dall'alto di un minareto: “Gente, vendete Saipem! Da domani varrà un terzo di meno!”. Ridicolo, impensabile. O comunque mai successo...

Alt, però, frenate lo scandalo. Qui nessuno sta giustificando l'insider trading. Però è un po' come l'evasione fiscale in Italia, tutti la condannano ma quasi tutti – salvo pochi integerrimi e qualche talebano – almeno un poco-poco la praticano. In fondo, una grande competenza, una profonda familiarità con persone, fenomeni e indici, genera un tale “gap cognitivo” tra l'investitore davvero esperto e l'uomo della strada, da determinare una situazione di “semi-insider-trading” che è poi quel fenomeno per cui nelle crisi borsistiche i “veri ricchi” quasi sempre la scampano.

Possiamo prendercela con la Consob – che naturalmente “ha acceso un faro”: sta diventando un'azienda d'illuminazione pubblica per quanti deve accenderne in questo periodo – ma, per favore, non diciamo sciocchezze alimentando falsi miti: anche negli Stati Uniti l'insider trading è il reato finanziario più praticato e meno punito, la vera differenza è che laggiù, quando ne beccano uno perchè “la soffiata è tracciata”, lo buttano in galera in tre mesi per tre anni (vi ricordate Ivan Boesky, il trader mariuolo che ispirò il personaggio di Gordon Gekko, protagonista di Wall Street?) e gettano via la chiave.

Qui in Italia si va a sentenza dopo quattro anni, poi c'è l'appello, magari scatta la prescrizione e insomma le strade perchè finisca tutto a tarallucci e vino sono sempre numerose. Tranne Calisto Tanzi, alla fin fine, quali altri ladroni borsistici italiani hanno avuto quel che si meritavano? Tendenzialmente, anche i peggiori – dopo un turno di riposo in panchina – te le ritrovi al vertice di società più grandi e più importanti.

Perchè? Semplice: perchè da noi, il Paese dei furbiziolatri, la “sanzione reputazionale” non scatta mai. Anzi, peggio, scatta al contrario: chi non sogna, in segreto, che il suo gestore di patrimoni sappia qualcosa prima, investa al momento giusto, e lo faccia guadagnare di più? Altrimenti so' buoni tutti, a guadagnare o perdere come fa l'indice di Borsa: e l'effetto-bisca, che tanto attrae nel listino, svapora. Però l'effetto-bisca è gradevole per chi vince, non per chi perde . E quindi, come dice il Vangelo: “Oportet ut scandala eveniant”, (è opportuno che gli scandali avvengano). È culturalmente un paradossale bene che, ogni tanto, accadano fatti del genere, che s'incaricano di ricordare al mondo ciò che della Borsa disse, una volta e per tutte, il grande economista americano John Kenneth Galbraith: “È quel luogo che periodicamente provvede a separare il denaro dagli imbecilli”.

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